Inglesi ma non troppo: ecco come i Tre Leoni hanno cambiato rotta. Ora possono vincere

Inglesi ma non troppo: ecco come i Tre Leoni hanno cambiato rotta. Ora possono vincere
di Andrea Sorrentino
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Domenica 11 Luglio 2021, 07:30 - Ultimo aggiornamento: 09:34

Se la sentono in tasca, la vittoria. E dato che la scaramanzia è robetta da latini, non da popolo faro del mondo quale si vedono ancora, ci sono scuole che hanno già avvertito i genitori di mandare i bimbi domani in classe con una maglietta bianca o rossa per celebrare il trionfo, o televisioni che trasmettono il conto alla rovescia della finale col titolo “E’ quasi a casa”, la Coppa, obviously. Sono presuntuosi, certo: sono inglesi, hanno anche un millennio di ottimi motivi per esserlo, da Hastings in poi. Ma sono arrivati a questa finale, e alla semifinale mondiale 2018, perché a un certo punto hanno capito che nel calcio dovevano cambiare rotta. E che non c’era nulla di male a copiare, a prendere esempio da chi faceva meglio, a contaminarsi, a de-inglesizzarsi, rimanendo però se stessi. Un bagno di umiltà, non tutti ne sono capaci.

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Così, dopo le grandi sconfitte della nazionale tra fine 90 e inizi Duemila, e dopo anni di discussioni e rinvii, nel 2012 nasce il centro di St George’s Park, nelle Midlands, che diventa la casa del calcio inglese, sul modello francese di Clairefontaine a cui ci si ispira dichiaratamente. Costa 105 milioni di sterline, è di oltre 100 ettari, ospita 24 nazionali maschili e femminili dai bambini ai grandi, è un centro di formazione per allenatori (Gareth Southgate nasce lì come tecnico federale) e ci sono 13 campi da calcio, uno è l’esatta replica del terreno di Wembley anche nelle zolle e nella lunghezza dei fili d’erba. La rivoluzione è anche filosofica: basta col “kick and run” vecchio un secolo e che non ha più senso, spazio a un calcio più tecnico e di possesso palla, però con giocatori intelligenti, pensanti, formati e cresciuti in tal senso, e la multiculturalità del paese aiuta moltissimo. 

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Contaminazioni tecniche


Al tempo stesso parte un programma per rendere più professionali i settori giovanili dei club, si chiama Elite Player Performance Plan. Così nel 2017 arrivano i primi risultati, le nazionali inglesi vincono il Mondiale under 17 e pure quello under 20: non erano primi al mondo in qualcosa di calcistico dal 1966. Nel frattempo la Premier si è contaminata coi tecnici alla Wenger, alla Mourinho, o coi nostri Ancelotti, Mancini, Ranieri e Conte, infine con Klopp e Guardiola. Un melting pot che produce calcio moderno e vincente in Europa coi club, e che in nazionale muta a seconda delle situazioni: a Euro 2020, per dire, Gareth Southgate ha abiurato tentazioni di calcio guardiolesco, perché aveva atleti stanchi, e ha scelto di partire dalla difesa, all’italiana o alla Mourinho, altro che Pep. L’unico arrivato in ritardo nella rivoluzione è stato proprio Southgate, la ciliegina finale. Per anni in federazione si erano incaponiti sulla figura del tecnico navigato, ma stanco. Così tengono Capello finché lui si dimette nel 2012, perché non vuole degradare il capitano Terry coinvolto in un caso di razzismo. Poi si sciroppano per ben 4 anni Roy Hodgson, che chiude a Euro 2016 sepolto dalle pernacchie, con Rooney a centrocampo e l’eliminazione dall’Islanda. Non contenti, danno la nazionale a quell’altro mammut di Sam Allardyce, che cade dopo 67 giorni per una brutta storia di corruzione svelata dal Telegraph. Così rimaneva Southgate, giovane e con idee fresche. Sceglierlo, anche se obtorto collo, è stata una magnifica idea. 

 

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