In Nations League prove d’Europa con l’inno in latino

di Piero Mei
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Venerdì 7 Settembre 2018, 00:04

“L’Europa non è che un’espressione geografica” forse direbbe oggi il principe di Metternich, il primo ministro austriaco, che riservò il suo pensiero all’Italia, durante il Congresso di Vienna nel quale i poteri forti di allora (1815) si spartirono il dopo Napoleone.

Nei giorni nostri i fatti principali sembrerebbero dare ragione a quel principe reazionario (populista non era ancora di moda): il Regno Unito cerca di disunirsi dal Continente (“Nebbia sul Canale, il Continente è isolato” recitavano con arrogante humour certi bollettini meteorologici, o così si racconta; il Canale era, ovviamente e per antonomasia, la Manica) e c’è chi pensa che potrebbe far la fine dei pifferi di montagna che andarono per suonare e furono suonati, finendo per disunirsi lui. Il gruppo di Visegrad fa spesso gruppo a sé, tranne quando si tratta di passare alla cassa dei contributi; i più guardano alla nuvoletta che passa sull’orizzonte della finestra, senza aprire lo sguardo al cielo più alto; la parola Europa in molti suscita qualche brivido e c’è qualcuno che fa perfino gli scongiuri.
Però “c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anche di antico” come scriveva il poeta, nel caso Giovanni Pascoli, poesia “L’aquilone”, che un tempo si studiava (perché si studiava, un tempo…) a scuola, fra le poesie da mandare a memoria.

Si studiava anche il latino. Quel latino che rispunta adesso, prepotente, da un inno al quale bisognerà far l’orecchio, pure se difficilmente raggiungerà la prepotente voglia che dà l’inno della Champions League. Il latino è la lingua in cui sono scritte le parole che stanno inondando l’Europa intera, quella della neonata Nations League, competizione sì per Nazioni e dunque tendenzialmente nazionalistica, ma in realtà sparpagliata per tutto il territorio d’Europa e dunque capace di riunire intorno al nuovo altarino che è l’area di rigore i fedeli del Vecchio Continente.

E’ assai improbabile che i tifosi accompagnino l’esecuzione dell’inno con un coro generalizzato, tipo quelli, per dire, che negli stadi dov’è l’Inghilterra chiedono a Dio di salvare la Regina, in quelli dov’è la Francia invitano gli “enfants” ad “aller”, in quelli dov’è l’Italia non vedono l’ora di vestire, insieme con la maglia azzurra, l’”elmo di Scipio”. I versi, “solum audax, solum fortis, solum magnus” che aprono la strada al verso “The Nations League”, l’unico “straniero” di tutto il testo è in inglese, forse più per un omaggio agli inventori del football che non a un pensiero di fermarli sulla via della Brexit, quei versi iniziali non sembrano di quelli, pur tra orchestra filarmonica, scampoli di musica elettronica e coro, destinati a diventare un modo di dire. Né in latino, né in latinorum.

Però questo ritorno al latino ha qualcosa di romantico, di culturalmente importante pur se non decisivo, e chissà mai se pure di profetico come accade spesso alle iniziative dello sport che anticipano quelle della politica e della diplomazia (l’ultima l’avvicinarsi delle due Coree). Il latino è stato la lingua che ha unito il mondo quasi intero per com’era conosciuto quando i romani lo conquistarono; è stato quello Carlo Magno cercò di trasformare, più di mille anni fa, nella lingua che potesse portare avanti quell’idea che l’imperatore incoronato a San Pietro dal Papa la notte di Natale dell’800, aveva colto in embrione e patrocinato: l’idea d’Europa.

Per il momento è solo l’idea di un similcampionato europeo di calcio (che c’è già, del resto). Piacciono quei versi che dicono “una!”, unisci, o “lude”, gioca. Un po’ meno, a dirla tutta, quel “certa”, combatti. E chissà che non siano un indizio quel “iunctae gentes”, “consistite” che non c’è necessità di tradurre pure dopo che la scuola ha messo il latino in panchina, per restare nel tema. “Dies venit” canta il coro: davvero?

 

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