I primi 80 anni di Gianni Di Marzio,
l'eterno ragazzo che scoprì Maradona

I primi 80 anni di Gianni Di Marzio, l'eterno ragazzo che scoprì Maradona
di Francesco De Luca
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Mercoledì 8 Gennaio 2020, 10:00

Ottant'anni oggi. Gianni Di Marzio resta il ragazzo della Torretta, quello che andava sempre di corsa per arrivare davanti a tutti. Ne aveva 24 quando prese il patentino da allenatore, un record. «Iniziai a giocare nella Flegrea, poi passai all'Ischia e mi infortunai a 20 anni: lesione del legamento crociato, all'epoca voleva dire carriera finita». Unico di otto figli a non essersi laureato, rimasto nel cassetto il diploma dell'istituto nautico. Il pallone un'autentica ossessione per Gianni che correva tanto, anche in auto. Grave l'incidente con la Mini Minor tra Pompei e Angri nel 1973, necessario un intervento di chirurgia plastica al viso per il giovane allenatore che lavorava a Brindisi, dove era stato indirizzato da Vinicio, suo maestro e testimone delle nozze con Tucci. «Il presidente Fanuzzi mi volle in panchina anche se avevo la testa bendata come una mummia: ressi pochi minuti e mi licenziò anche se eravamo al primo posto, uno scandalo di cui parlò tutta Italia», ricorda nel libro «Di Marzio racconta Di Marzio», scritto da Gianluca, il figlio giornalista dell'ex allenatore, per Sky Sport super esperto di mercato, quella che è anche la passione di papà. Gianni ha fatto davvero tutto: centrocampista fino all'infortunio, allenatore (due promozioni dalla B alla A con Catanzaro e Catania e due volte vincitore del Seminatore d'oro), opinionista televisivo (cominciò con Eurogol alla Rai, adesso tutti i lunedì appare sugli schermi dell'emittente napoletana Canale 21 al «Bello del calcio»), consulente di società (i primi suggerimenti ai presidenti di squadre minori campane nella sala del bar Fontana alla Torretta e gli ultimi quattro anni fa al Palermo di Zamparini, miracolosamente salvatosi), direttore generale (a Venezia aveva come braccio destro Beppe Marotta e tra i vari allenatori lanciò Walter Novellino e Cesare Prandelli), osservatore. Non c'è un appuntamento internazionale giovanile a cui Di Marzio non assista. Conserva tutte le relazioni, racconta con orgoglio di aver scoperto Diego Armando Maradona e Cristiano Ronaldo.

Diego lo vide diciassettenne su un campo alla periferia di Buenos Aires alla vigilia dei Mondiali del 78. «Ero l'allenatore del Napoli, si poteva prendere per 200mila dollari. Sei anni dopo sarebbe stato pagato tredici miliardi di lire». Le frontiere erano chiuse, Corrado Ferlaino non se la sentì di acquistare il giovanissimo Maradona e parcheggiarlo in un club svizzero. Anni dopo Di Marzio avrebbe rivelato che un assicuratore napoletano era pronto a comprare in proprio il cartellino di Diego: «Mi fido di te, se dici che è un fenomeno». Ma non si poteva. Ferlaino aveva scelto il 37enne Gianni dopo la promozione a Catanzaro per affidargli il Napoli. Lui successore di due mostri sacri: Vinicio e Pesaola. Dieci nuovi giocatori, quasi tutti giovani, compreso il difensore Ferrario che sarebbe stato uno dei pilastri nella stagione del primo scudetto. Andò bene il primo anno: qualificazione in Coppa Uefa e finale di Coppa Italia, persa contro l'Inter. Ma il feeling tra il ragazzo della Torretta e Ferlaino finì alla seconda partita del successivo campionato, persa a Firenze. L'ingegnere, già d'accordo con Vinicio, liquidò Di Marzio con un comunicato: «In questo periodo non è abbastanza sereno per guidare la prima squadra». Una ferita ancora sanguinante. «Diciamolo, fu una pugnalata alle spalle. E pensare che poche settimane prima avevo respinto la proposta della Lazio: io napoletano ero orgogliosissimo di allenare il Napoli». Quarant'anni dopo l'esonero del 10 ottobre 1978, Ferlaino e Di Marzio litigarono in un collegamento a Radio Montecarlo. «Io con lei non parlo». «E neanche io».

E con Cristiano Ronaldo come andò? Di Marzio lo raccontò ad Antonio Corbo, il giornalista che meglio di tutti conosce la sua carriera, in un'intervista per l'inserto «Venerdì» di Repubblica. Osservatore della Juve, nell'autunno 2002 era stato spedito a Lisbona per seguire Quaresma. Ma lo colpì quel giovane esterno sinistro. Andò a casa di Cristiano Ronaldo per parlare con la madre del futuro Pallone d'Oro e la convinse ad accettare l'eventuale offerta da Torino. Che puntualmente arrivò, ma l'accordo per l'acquisto del talento portoghese - 3 milioni di euro e il cartellino di Salas allo Sporting - non si concluse perché il cileno decise di lasciare l'Europa: sedici anni dopo CR7 sarebbe arrivato alla Juve per 105 milioni. Nel 2003, poi, Di Marzio era stato ad osservare il possente bomber dell'Ajax e scrisse un sms a Moggi: «Fidati, Ibrahimovic è un campione». Giramondo, anzi girastadi, per lavoro e passione, con un amore profondo per la sua città e per la squadra che allenò per un campionato e 180 minuti, anche se da 36 anni vive a Padova, dove lo aveva portato il mestiere di allenatore, cominciato su due panchine contemporaneamente, quelle di Interorafi e Sanfeliciana. Di Marzio è rimasto legatissimo a tutte le tifoserie (ma agli inizi della carriera quella della Nocerina lo accusò di alto tradimento perché si era accordato con la Juve Stabia) e a tutti i suoi giocatori. Con quelli del Catanzaro della promozione del 1976 si rivede tutte le estati, spesso nella villa o sullo yacht del suo pupillo Claudio Ranieri, che rese omaggio al maestro Gianni anche quando vinse la Premier League col Leicester: «Da lui ho imparato tanto». Di Marzio gli propose la prima panchina, quella della Vigor Lamezia, quando aveva 35 anni. E Claudio ne ricordava la teatrale gestualità nei primi campionati. «Il mister era un perfezionista, all'inizio degli anni 70 l'unico che si interessava della dieta e della vita privata dei calciatori». Uomo geniale, quando era a Brindisi colse la preoccupazione dei suoi giocatori prima di una partita in notturna a Cagliari: «Non ci sono riflettori nel nostro stadio, come ci prepariamo?». Di Marzio chiese a venti tifosi di venire al campo di allenamento con le loro auto, li sistemò dietro le inferriate e fece accendere le luci: «Così ci abituiamo». Grazie a quello stratagemma il Brindisi vinse a Cagliari. E che dire di alcune partite del Catanzaro al vecchio stadio «Militare», con il terreno di gioco allagato anche se c'era il sole perché abbondantemente innaffiato per frenare gli avversari più tecnici?

La Calabria avrebbe regalato a Di Marzio anche un dolore profondo, quello della tragedia di Denis Bergamini, centrocampista del suo Cosenza morto nel pomeriggio del 18 novembre del 1989 in circostanze ancora misteriose. Schiacciato da un camion. Omicidio o suicidio? Gianni, che ne era l'allenatore, ha ricordato sul sito denisbergamini.com che lui e il suo vice seguivano sempre i giocatori. «E Denis non avrebbe mai abbandonato la sala del cinema quel sabato sera». Fu lui a suggerire al padre di Bergamini di chiedere l'autopsia per il figlio «perché mi disse che l'orologio era rimasto intatto dopo lo scontro con il camion: ma com'era possibile?». La tristezza che affiora quando parla di quel ragazzo, «un antesignano di Nedved». Di Marzio, enciclopedia vivente del pallone, è sempre puntuale nei giudizi tattici e tecnici. Allenò il Napoli e sfiorò la Juve, che nell'estate del 1976 aveva contattato il giovane e bravo tecnico del Catanzaro. «Ma Trapattoni vinse il ballottaggio». Venne poi il Napoli: la grande gioia che sarebbe diventata profonda amarezza.

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