Di Matteo: «Passione e tradizione. La coppa d'Inghilterra è il cuore del football»

Di Matteo: «Passione e tradizione. La coppa d'Inghilterra è il cuore del football»
di Stefano Boldrini
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Giovedì 6 Gennaio 2022, 10:23

Recupero di Wise sulla sinistra, passaggio a Di Matteo: l’ex centrocampista della Lazio parte dalla sua metà campo, s’infila in un corridoio nel settore centrale, la difesa dei Boro è larghissima, Hughes porta via l’unico uomo che potrebbe contrastare il giocatore italiano e il tiro, da venti metri, scaglia il pallone contro la parte inferiore della traversa e poi in rete. Cronometro: 42 secondi della finale di Coppa d’Inghilterra Chelsea - Middlesbrough, 17 maggio 1997. Finirà 2-0, con una magia di Zola nell’azione del secondo gol, firmato da Newton. Di Matteo, migliore in campo, è premiato Man of the Match. 
Roberto, sbarcato a Londra nell’estate 1996, stabilisce un nuovo record: sarà superato nel 2009 dal francese Saha. Nel 1998 concederà il bis, mentre nel 2012, sempre con i Blues, vincerà la FA Cup da allenatore. Due settimane dopo, il 19 maggio 2012, condurrà il Chelsea in cima all’Europa, trionfando ai rigori contro il Bayern nella finale di Champions. Di Matteo, rientrato ieri dagli Usa, ha un feeling speciale con il più antico torneo calcistico del mondo.
Domani Swindon-Manchester City inaugura il terzo turno – quello in cui entrano in scena i club della Premier – della 141° edizione della FA Cup e nonostante il Covid si prevede il pienone negli stadi: perché in Inghilterra questa manifestazione conserva un fascino irresistibile?
«La Coppa nazionale coinvolge l’intero paese. Partecipano tutte le squadre, dalla categoria più bassa fino alla Premier. Il più scarso sogna sempre di superare il più forte».
L’atmosfera è davvero particolare?
«Le sensazioni sono uniche. Giocare in FA Cup ti porta nel cuore dell’Inghilterra: tradizione e passione, epica e sogno. C’è poi l’aspetto business, da non trascurare: un club che ha la fortuna di poter incontrare una big con la percentuale degli incassi incassa denaro utilizzato spesso per ristrutturare i propri impianti, mettere in regola i bilanci o migliorare le accademie».
La formula inglese potrebbe essere replicata in Italia?
«Non lo so, penso sia difficile. In Inghilterra funziona perché fa parte della cultura sportiva di quel paese. La tradizione ha un peso enorme nel sentimento popolare».
Più forti le sensazioni in campo o in panchina?
«Beh nel mio caso, quel gol dopo 42 secondi nella prima finale da giocatore in FA Cup, è uno dei momenti chiave della carriera. Un giorno magico: una rete che stabilì un primato, la prestazione, la premiazione come Man of the Match e il trofeo che avviò un ciclo nel Chelsea».
Le reazioni nei giorni successivi?
«In Inghilterra, a Londra in particolare, i tifosi quasi ti ignorano per strada. Al massimo, ti salutano e ti sorridono. Dopo quel gol, mi fermarono per ringraziarmi e complimentarsi. Ecco un’altra chiave per spiegare la magia della FA Cup».
Di Matteo, Zola, Vialli in campo nel Chelsea. Festa e Ravanelli con il Middlesbrough. Quel pomeriggio il vecchio Wembley celebrò il trionfo del made in Italy.
«Negli anni Novanta, il nostro calcio esportò diversi giocatori in Inghilterra. Il football italiano andava di moda. Poi le cose sono cambiare: la Premier ha dato spazio ai nostri allenatori. Abbiamo vinto molto e continueremo a farlo perché il nostro sistema resta uno dei migliori, nonostante le difficoltà e la concorrenza degli altri movimenti».
Dopo l’ultima esperienza, alla guida dell’Aston Villa, nel 2016, si sono perse le tracce di Roberto Di Matteo.
«Continuo a seguire il calcio come commentatore per alcune piattaforme straniere, vado ogni tanto allo stadio per seguire il Chelsea, gioco a golf, mi occupo delle attività immobiliari e, quando posso, vado a trovare i miei figli, sparsi nel mondo per studiare. Non mi annoio, anzi». 

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