Roma, ad Anfield la prima notte per inseguire un sogno

Martedì 24 Aprile 2018 di Ugo Trani
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dal nostro inviato LIVERPOOL La maglia bianca, come nella notte dell’unica finale di Coppa dei Campioni del club giallorosso, sollecita il ricordo a chi ne farebbe comunque a meno. È solo quel colore a creare il contatto romantico e al tempo stesso inquietante, 34 anni dopo i rigori dell’Olimpico, anche se Falcao, qualche giorno fa, ha garantito dal suo pulpito divino che la Roma è diventata grande proprio il 30 maggio del 1984. E che da quella sera è arrivata fino a qui. Ad Anfield. Dove in palio non c’è ancora la Coppa. La semifinale d’andata basta, però, per la storia di oggi e di ieri, in attesa della gara di ritorno, il 2 maggio nella Capitale.
 
Di Francesco, debuttante non allo sbaraglio, ha stupito l’Europa e si è trascinato dietro il suo gruppo. Ma la vita adesso non è più quella di prima per il Liverpool che, nonostante abbia alzato il trofeo già 5 volte (l’ultima, a Istanbul, nel 2005, ai rigori e partendo allo 0-3), recita da outsider per tornare a essere quello del passato. Partendo dal preliminare, dopo 12 match è ancora imbattuto, come nessun’altra delle semifinaliste. Dopo 10 anni è di nuovo tra le migliori 4 del nostro continente. Punta a Kiev, proprio come la storica rivale, avendo perso l’ultima finale contro il Milan di Ancelotti, nel 2007 ad Atene.

SENZA PAURA
C’è anche la pioggia: siamo davvero nel Regno Unito. E, rispetto all’Italia, 10-15 gradi in meno che non fanno primavera. Ecco la Kop, con la sua musica. E i Reds, sotto i riflettori. E anche Conti e Pruzzo, sorridenti sul prato di casa e screanzati davanti allo stemma con il Liver bird: di destro il primo ha disegnato il cross per il pari di testa del secondo nella finale dell’84. Qui, ad Anfield, la Roma ha vinto il 22 febbraio del 2001, nella stagione del 3° scudetto. Gol di Guigou, nel 4° turno della Coppa Uefa: quel successo inutile, dopo lo 0-2 dell’Olimpico, rimane l’unico nei 16 viaggi in Inghilterra. Gli ultimi 3 sono finiti bene, soprattutto i 2 in Champions: 3-3 a ottobre contro il Chelsea e 1-1 nel 2014 contro il City (e 1-1, il 22 ottobre del 2009, contro il Fulham, nella fase a gironi dell’Europa League). L’exploit nei quarti dà forza ai giallorossi, più sicuri e autoritari. Non tremano, ma attaccano. Pressing offensivo, a prescindere dal numero dei difensori. Lo sa bene Valverde: il risultato esatto (3-0), per cancellare il verdetto ingiusto del Camp Nou (4-1) e per far tornare a casa Messi e il Barcellona.

SPESSORE INTERNAZIONALE
L’impronta di Di Francesco, seguito dai club inglesi e soprattutto da Abramovic per il Chelsea, si vede più in Europa che in Italia. Etichettato da chi non lo conosce (o non lo apprezza, fate voi) come integralista, fa l’esatto contrario: il suo calcio è moderno, aggressivo e, appunto, europeo. Così lascia la sua traccia in Champions e addirittura esagera il 10 aprile con la remuntada. Quella sera all’Olimpico il suo lavoro ha avuto il giusto riconoscimento. Perché, nella sfida più complicata, ha scommesso forte su se stesso: il nuovo sistema di gioco per l’impresa ritenuta impossibile. Rivedremo il 3-4-2-1 anche ad Anfield, per dieci-undicesimi identico a quello che ha schiantato il Barça. L’assetto camaleontico è modificabile in corsa. E la rapidità di Under preferita all’eleganza di Schick, il possibile unico cambio in partenza. La nuova rotazione, dopo il successo di Ferrara contro la Spal, comprende pure Florenzi, Jesus, Kolarov, De Rossi e Dzeko. Altri 6 innesti, riposati e quindi, si augura il tecnico, al top.

QUESTIONE DI MIRA
Il Liverpool ha il gol facile. Merito dell’ex giallorosso Salah e dei suoi compari Firmino e Manè. I Reds hanno fatto il tiro al bersaglio in Champions: con 33 reti, è l’attacco migliore. In stagione il tridente è già a quota 84 (41 l’egiziano, 25 il brasiliano e 18 il senegalese). Klopp ha aggiornato il suo 4-3-3, efficace e spigliato: il motore è tedesco, lo spirito british. C’è la passione, dunque, accanto all’organizzazione. E non solo lo spettacolo, per quel tridente da favola. Pure la difesa è da primato in questa edizione, con 7 gol subiti. Il dubbio, se davvero esiste, in regia: Wijnaldum o Henderson. © RIPRODUZIONE RISERVATA