Dal calcio al volley passando per Nba e tennis: troppe partite alle fine rompono

Martedì 22 Ottobre 2019 di Emiliano Bernardini e Gianluca Cordella
«Si giocano troppe partite e questo aumenta il numero degli infortuni». Ultimo, in ordine di tempo, a rilanciare l’allarme è stato il tecnico della Roma, Paulo Fonseca. I giallorossi sono in cima alla classifica per numero di calciatori finiti in infermeria: 14 in appena 10 gare tra coppa e campionato. Quello del numero eccessivo delle gare concentrate in brevi periodi è un antico adagio della maggior parte degli allenatori di serie A. Il ritornello aumenta di volume soprattutto quando il calendario si infittisce con i vari impegni delle nazionali che costringono giocatori a viaggi lunghi e deleteri. Finora in serie A sono 58 i giocatori infortunati. Subito dietro la Roma, c’è la Juventus a quota 6, seguono Sassuolo a 5 e Cagliari a 4. Salta subito all’occhio che i tanti impegni influiscono solo in parte. Basta fare un rapido calcolo per dimostrarlo: una squadra senza impegni europei gioca 38 gare di campionato più eventuali 7 di Coppa Italia (ma deve arrivare in finale), una big che fa la Champions, arrivando in fondo a tutto, disputa un massimo di 56 partite. A cui bisogna aggiungere le gare di qualificazione a Mondiali o Europei negli anni dispari (8 gare) e in quelli pari il campionato del Mondo o l’Europeo (7 gare). In serie A tra i più presenti della passata stagione ci sono Acerbi della Lazio con 50 gare esclusa la Nazionale. Discorso diverso nella Premier inglese dove si gioca una coppa in più. Tra i recordman dell’anno passo c’è il terzino del Chelsea, César Azpilicueta che ha collezionato 60 presenze. Numeri importanti che però diventano piccoli in confronto a quelli dell’Nba. Un cestista americano, nel caso limite (ossia con le sfide dei playoff che arrivano tutte a gara7) arrivano a giocare 110 partite. Praticamente il doppio di un calciatore. Stesso discorso per i pallavolisti che tra campionato e i vari impegni con le Nazionali arrivano a disputare circa 90 partite a testa. Per non parlare poi dei tennisti che magari giocano un numero di match simile a quello dei giocatori di serie A con la differenza che una partita può durare anche 6 ore. Balza all’occhio il mostruoso 2006 di un giovane Federer che scese in campo per ben 97 volte. Di fronte a certe maratone le lamentele dei calciatori vengono ridimensionate. E di parecchio.

IL PROBLEMA DEL SONNO NEL BASKET NBA
La terrificante cifra di 82 partite in 6 mesi, contando solo la regular season, e spostamenti continui e ad ampio raggio, pure con qualche escursione intercontinentale (per complessivi 80.500 km). La vita delle star Nba è strapagata ma non certo agevole. Si gioca moltissimo, spesso in giorni consecutivi, e si viaggia continuamente. Il fisico si usura, la mente si appanna e gli infortuni sono dietro l’angolo. Così dopo anni di playoff falcidiati dalle assenze dei big la Lega ha deciso di correre ai ripari, “umanizzando” i calendari. Sono stati aboliti i devastanti “4 games in 5 nights”, 4 match in 5 giorni, e da cinque anni a questa parte il numero dei back-to-back (due partite in due giorni, una in casa e l’altra in trasferta) registra il record al ribasso. Nella stagione 2014-15 la media era di 19,3 back-to-back per squadra, quest’anno sarà 12,4. Da valutare l’impatto che la mossa avrà a gennaio quando, nei giocatori Nba, il testosterone - principale responsabile della qualità delle prestazioni fisiche e, dunque, schermo agli infortuni - è uguale a quello di un uomo di 50 anni.  Al di là dello sforzo fisico, c’è un problema legato agli spostamenti che obbligano gli atleti a viaggi notturni. Il che, ormai da anni, fa della gestione del sonno uno dei problemi principali della Nba. Al punto che una star come LeBron James da tempo si affida alle cure di sette specialisti che ne gestiscono il benessere psicofisico. Maniacale, il Prescelto: le stanze degli hotel in cui alloggia devono avere una temperatura ben precisa, stop all’uso di qualsiasi apparecchio tecnologico almeno 45 minuti prima di dormire e poi sonno accompagnato da diffusore di suoni rilassanti, tipo acqua che scorre o pioggia tra le foglie. André Iguodala ha abolito i pisolini estemporanei per massimizzare la qualità del riposo notturno. Tobias Harris è diventato un luminare in materia. «Cerco di finire tutte le attività entro le 18, in modo tale da poter essere a letto alle 20.30», racconta lui che, dopo i match, si lega al torace una fascia per monitorare il battito cardiaco e fa esperimenti di respirazione per abbassare i livelli di adrenalina. Il tutto, ovvio, per dormire meglio dopo.

VOLLEY, IL FATICOSO PESO DELLA MAGLIA AZZURRA
Uomini e donne delle nazionali azzurre di volley hanno esultato per la qualificazione olimpica: si va a Tokyo, certo, ma si salta pure il preolimpico di gennaio e finalmente si sta a casa a godersi un po’ di riposo. I numeri parlano chiaro: ci sono giocatori che, impegnati anche con le rappresentative del Paese di appartenenza, hanno sfiorato le 90 partite giocate. Nel 2018 spiccano Cester con 89 e Juantorena con 80. La Nazionale praticamente è sempre in campo: Europei ogni due anni, Mondiali e Olimpiadi ogni quattro, World Cup prima di ogni annata olimpica e Grand Champions Cup, dopo. E ogni anno c’è la Nations League. Senza contare le varie qualificazioni. E i tornei hanno spesso formule farraginose ed esageratamente lunghe. Con spostamenti “audaci”: Ivan Zaytsev ha raccontato l’Odissea della VNL, uno spostamento dall’Argentina al Giappone per 42 ore totali di “migrazione”. Poi ci sono i campionati e i club che chiedono spazio partite ed eventi per vendere meglio il prodotto agli sponsor. Un problema che il mondo del volley conosce benissimo al punto da aver sperimentato in passato anche il campionato il giorno di Natale: si è “rischiato” anche quest’anno, alla fine si giocherà il 26 tranne la sfida tra Trento e Ravenna, anticipata al 25 per motivi logistici. La scorsa primavera gli atleti hanno fatto fronte comune, lamentandosi con la Federazione internazionale per i troppi infortuni da stress.

IL TENNIS E I CALENDARI LIBERI PER SALVARE I FUORICLASSE
Calendari sempre più lunghi, impegni obbligatori di classifica, ricchi tornei esibizione ai quali è difficile dire no. E poi ci sono le finestre per la Coppa Davis. Il tutto con una stagione sul cemento che si allunga sempre più a scapito di quella sulla terra rossa, con tanti ringraziamenti da parte delle caviglie dei giocatori, e con un gioco sempre più muscolare che, al contrario, va a martoriare alla lunga polsi e braccia. Il risultato è un movimento che sta registrando dei veri e propri picchi di infortuni. Specie tra i top player che, ovviamente, sono quelli che vanno più avanti nei tornei e giocano un maggior numero di partite. La stagione di un Top 30 ha degli obblighi ben precisi: deve essere in campo nei quattro Slam, in otto Masters 1000, in quattro “Atp 500” e in due “Atp 250”. Come minimo: poi un’eliminazione non preventivata in un primo turno fa scattare la richiesta della wild card per il torneo successivo. Altro viaggio, altro campo. Con le Atp Finals e la Coppa Davis che chiudono la stagione a novembre, il rischio per uno dei big è di staccare solo a dicembre, visto che a Capodanno è già tempo di volare in Oceania per i primi colpi. Non è un caso che nel 2017, un record, 7 dei primi 20 giocatori del mondo abbiano alzato bandiera bianca tra Wimbledon e il post Us Open. E non è nemmeno un caso la seconda vita dei Fab Four, ora che anche Murray ha ritrovato il successo. Lo scozzese, come Federer, Nadal e Djokovic possiede i tre requisiti (31 anni compiuti, 600 match giocati e 12 anni di carriera) che permettono ai giocatori di “disegnare” la stagione senza alcun paletto. Amministrandosi, stanno durando di più. Basti pensare a King Roger e alle due stagioni (2017 e 2018) senza terra rossa: ha portato a casa 11 titoli (7+4) giocando 59 match il primo anno e 60 il secondo. Un giovane Federer a pieno regime, ad esempio nel 2006, giocò la mostruosità di 97 partite. Non necessariamente pratiche da un’ora e mezza: la sola finale di Roma contro Nadal durò 5 ore e 5 minuti.


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