Ancelotti, Conte e Fonseca: è tutta una questione di “standing”

Lunedì 23 Settembre 2019 di Massimo Caputi
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Paulo Fonseca ed Edin Dzeko
Da sempre ci si interroga su quanto incida un allenatore nei successi di una squadra. Premesso che senza bravi calciatori non c’è nessun tecnico in grado di fare miracoli e vincere da solo, è altrettanto vero che, con rose sempre più ampie, pressioni economiche, società, media e piazze esigenti, la figura dell’allenatore non può essere marginale. Oltre a quelle tecniche, le qualità che deve possedere un allenatore sono molteplici: psicologia, gestione, comunicazione, credibilità e standing, vocabolo inglese che racchiude tanti significati in quella che è la valutazione di una persona, oltre le sue capacità professionali. Dalla bella presenza allo stile nell’abbigliamento; dal modo di porsi al tono di voce. Quattro giornate di campionato sono pochissime, ma è indubbio che tre allenatori più di altri stiano incidendo sulle squadre che allenano: Conte nell’Inter, Ancelotti nel Napoli e Fonseca nella Roma. Con la sua carica, il tecnico nerazzurro ha portato l’Inter, non tanto e non solo, al vertice della classifica e a punteggio pieno, le ha dato cattiveria agonistica e personalità che le mancavano. Ancelotti, con i suoi modi bonari, forte del suo carisma, ha trasferito certezze e al tempo stesso leggerezza alla squadra. Il Napoli, pur con una rosa affollata e competitiva, esprime divertimento e unità d’intenti. Fonseca, alla sua prima esperienza in Italia e quindi con meno credenziali dei due colleghi, aveva il compito più difficile: ricostruire e convincere dentro e fuori Trigoria. I suoi primi mesi dicono che è riuscito certamente a coinvolgere i calciatori. La squadra crede nel gioco e nelle idee del tecnico. Non ha paura di sbagliare, si fida e osa. Del resto è anche una questione di standing, quello che forse non viene ancora riconosciuto a Sarri e Giampaolo. Ultimo aggiornamento: 18:57


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