Lazio, Romagnoli: «Bello giocare per la squadra che tifo. Qui c'è un bel progetto, voglio vincere con Sarri»

Il difensore si racconta: "La fede biancoceleste viene da mio papà e da mia nonna. Il mister? Ero curioso di sapere come lavorava con la linea difensiva. E la prima rete sotto la Nord è stata un'esplosione"

Lazio, Romagnoli: «Bello giocare per la squadra che tifo, ma ora voglio vincere qui con Sarri»
di Valerio Marcangeli
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Sabato 21 Gennaio 2023, 13:22 - Ultimo aggiornamento: 13:48

Con l'aria di casa è tornato quello di un tempo, onnipresente e leader. Alessio Romagnoli è entrato fin dal primo giorno nel cuore dei tifosi della Lazio e ai microfoni di Dazn, in una chiacchierata con l'ex compagno di squadra Riccardo Montolivo, ha ripercorso l'ultimo anno: «Ovvio che sia bello per una persona giocare per la propria squadra del cuore ed essere a casa. Però io penso che la scelta più forte, più importante, sia quella di trovare un  progetto serio, una squadra forte e un mister forte, perché io voglio vincere con la Lazio. Per me è questa la cosa fondamentale».

Lazio, Romagnoli parte dalle origini

In estate finalmente Alessio è tornato a Formello, stavolta definitivamente: «Ero un bambino, sarà stato il 2003/2004. Quella è stata l'unica volta prima di tornare quest'anno. Entrai con mio papà, tramite un amico ottenemmo due pass per assistere all'allenamento. C'era Mancini come tecnico e la squadra era nella gabbia. Io sognavo di tornarci da calciatore e quando ci sono riuscito è stato emozionante, come ogni giorno che ci entro». Una questione di famiglia: «La mia fede biancoceleste me l'hanno trasmessa mio papà e mia nonna. Mio padre è sempre stato tifoso della Lazio, mia nonna anche e io da piccolo passavo molto tempo con lei, vedevo le partite con entrambi, la squadra vinceva, era una Lazio fortissima ed è stato molto facile affezionarmi».

 

L'emozione del ritorno

Ancora sul ritorno: «Io ho sempre avuto l'idea di voler tornare. Non volevo farlo troppo tardi, ma in un'età in cui mi sentivo ancora bene, in cui potessi dare il meglio di me stesso. Avevo altre buone offerte sul mercato, però c'è sempre stata questa volontà di tornare, la voglia di vestire questa maglia. Molto hanno fatto anche le persone a casa che mi dicevano 'torna, torna'». A confermarlo è lo stesso Montolivo: «Mi ricordo, il primo risultato che andavi a controllare era quello della Lazio». Poi riprende parola Romagnoli: «La volontà c'è sempre stata. Poi la Lazio ha un bel progetto, è una squadra molto competitiva e forte, in più ha un mister che è molto molto bravo e preparato, quindi mi son detto che questo era il momento giusto per tornare».

Sul rapporto con Sarri

Determinante per tornare è stata anche la presenza di un tecnico vincente ed esperto come Sarri: «Lui mi piaceva dai tempi di Napoli. Ero curioso di sapere come lavorava, in particolare con la linea difensiva, i dettagli su cui si concentrava. La compattezza nel derby? Noi lavoriamo tutti i giorni, sia di reparto, sia come squadra. Abbiamo dei concetti che seguiamo e ci danno de benefici. Poi a volte capita che qualche partita va storta, ma l'idea, con o senza palla, è rimasta. Ci sono altre cose poi che vanno messe apposto durante la gara. Il bello però è che noi abbiamo un'identità e la riconoscono tutti».

Sull'esperienza al Milan

Prima della Lazio però Romagnoli è stato il capitano del Milan campione d'Italia: «Un calciatore italiano deve puntare a vincere lo scudetto. Riuscirci con una società come il Milan, da capitano, è una cosa fuori dal comune. È stato bello, dopo anni di delusioni, tante critiche, tanti movimenti bui, passare a fare 75mila spettatori ogni volta a San Siro e sentirsi a casa ogni volta che andavamo fuori è stata una cosa pazzesca. Delle critiche non me ne frega niente (ride, ndr). Possono dare fastidio, più o meno. Non sapevano come stavo alcune volte quando andavo in campo, sono stato male da novembre in poi con la pubalgia. Facevo fatica anche ad allenarmi».

E ancora: «La fascia al braccio ha i suoi pro e i suoi contro per la responsabilità che hai. Normale che quando la squadra va così così, il primo a mettere la faccia dev’essere il capitano. Rimango sempre focalizzato su quello che devo fare in campo». Infine sull'addio: «Col Milan avevamo discusso della situazione del contratto, loro mi avevano fatto anche un’offerta. Poi le nostre strade si sono separate, loro hanno preferito fare altre scelte, io ho fatto le mie. Magari sarebbe stato meglio essere più chiari in modo da non portare la trattativa fino alla fine. Però io del Milan posso avere solo ricordi bellissimi, sette anni fantastici».

Il gol su rigore da avversario e il primo con la maglia biancoceleste 

«In quella semifinale di Coppa Italia ero dispiaciuto perché giocavamo contro la Lazio, ma contento perché avevamo passato il turno. Avevamo già perso una finale con Brocchi. Il pensiero era più che altro per mia nonna, lei e mio padre sono quelli che mi hanno sempre supportato, mi hanno portato a giocare in piazzetta, agli allenamenti. Mi è venuto molto facile non esultare, l’ho detto: la Lazio l’ho sempre rispettata. Il primo gol sotto la Nord è stata un’esplosione mia, ma credo di tanta altra gente».

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