Vendée Globe: grande rimonta del navigatore solitario italiano Giancarlo Pedote

Mercoledì 20 Gennaio 2021 di Francesca Lodigiani
Giancarlo Pedote con Prysmian Group

Giancarlo Pedote col suo Imoca  60  Prysmian Group, superato l’equatore, alle 9 ora italiana di oggi 20  gennaio, è in 7° posizione al 72° giorno di navigazione. Davanti a lui solo 2695 miglia  (4991 km ) ancora per arrivare a  Les Sables d’Olonne, da dove è partito l’8 novembre 2020 in piena pandemia. La sua speranza era di tornare a emergenza superata. Non sarà così.

Per Pedote è  la prima Vendée Globe, il Giro del Mondo in solitario senza scalo e senza assistenza il cui percorso teorico di 24,296 miglia (44.996 chilometri), equivale alla circonferenza del globo. La regata più faticosa e rischiosa del panorama oceanico. E’ il quinto italiano della storia ad affrontarla. Il primo, nel 1992, fu Vittorio Malingri, che dovette ritirarsi per la rottura del timone a 1700 miglia da Capo Horn. Nel 2000 fu la volta di Simone Bianchetti e di Pasquale De Gregorio, 12° e  15°. Nel 2012 la partecipazione, del romano Alessandro Di Benedetto, 11°.

 

L’obiettivo dichiarato del  navigatore fiorentino in questa prima partecipazione, era di tornare in Atlantico con una barca integra per poi giocarsi la partita.  

Obiettivo centrato in pieno. Giancarlo Pedote e Prysmian Group non hanno mai perso contatto col gruppo di testa.  Al passaggio di  Capo Horn  Pedote era 10°, domenica al passaggio dell’Equatore 7°,  ora  il “Front Running Outsider”, come l’hanno definito  i media internazionali, è all’attacco in una situazione  in cui tra il primo e lui ci sono 227 miglia, poche in una regata oceanica intorno al mondo,  ma soprattutto sono solo 108,4 le miglia entro le quali navigano i 6 scafi che si trovano tra la posizione di Pedote e la 2° . Un fenomeno inusuale se si pensa a quanti mari sono stati affrontati, quante burrasche, quanti rischi, quanto freddo, quanto caldo.

Un risultato notevole per il solitario fiorentino di 45 anni appena compiuti, laureato in filosofia,  il cui mantra è l’applicazione  rigorosa di metodo e razionalità alle sue imprese. Tanto da aver trasferito  da 12 anni  in Bretagna, perché considerata la miglior palestra, l’università, per questo tipo di vela nel quale i francesi del nord dominano.  

Pedote ha compiuto l’89%  del percorso, entro fine gennaio potrebbe raggiungere il traguardo. “ Dopo Capo Horn – ha detto in una videochiamata – ero così stanco che non ne potevo più, ma mi sono messo a marciare come un militare, a quattro zampe, per guadagnare miglia sui miei compagni.” Il tutto mentre a sorpresa in video apparivano  la moglie Stefania che con i suoi due bambini e un gruppo di supporter armati di tricolore lo esortava :

”Giancarlo non sei da solo, ti aspettiamo per fare festa.”

Avere un decimo del percorso ancora da percorrere, sembra una passeggiata, ma come si dice nel bel servizio che Telematin sull’ emittente France 2 ha appena dedicato al velista  italiano: “Bisogna rispettare l’oceano fino alla fine. I marinai sanno che quando vanno per mare non si possono mai rilassare. La navigazione oceanica esige un impegno e una dedizione totale. Solo all’arrivo in porto si può tirare un sospiro di sollievo e ringraziare il cielo che ti ha fatto passare.”  

In queste settimane l’attenzione del mondo velico, e non solo,  è monopolizzato dall’America’s Cup e dalla battaglia che sta affrontando  Luna Rossa  Prada Pirelli nella Prada Cup. Una parte di quel mondo fatica però a considerare vela lo spettacolo degli AC75 a Auckland e vive l’avventura  di Pedote come la “vera” vela, in antitesi a quella volante, tecnologica e spettacolare praticata a Auckland in un rettangolo virtuale. Sicuramente quella di Pedote e dei 25 concorrenti rimasti in gara sui 33 partiti a novembre (l’ultimo si è dovuto ritirare per avaria dopo 69 giorni di navigazione) è una grande impresa sia di marineria che tecnologica. Ma forse è inutile cercare di definire quello che è o non è “vera” vela. La galassia della vela è grande, si va dal Dinghy 12 che fa regate accanite nella Laguna di Venezia in Tigullio, a Bari, sui laghi prealpini, sui quelli  di Bracciano o Massaciuccoli, ai Nacra 17 olimpici foiling , agli Optimist con cui fanno scuola i ragazzini, alle regate d’altura, a quelle oceaniche, allo Stadium Racing come è oggi l’America’s Cup. Si  tratta semplicemente di mondi differenti, di discipline diverse, con  cose in comune. Compresi i foil, nel caso della Coppa America, anche se nel grande Sud le onde continue e i molti oggetti non identificati che anche a quelle latitudini oggi infestano il mare,  hanno suscitato  interrogativi. Fa parte della ricchezza della disciplina.

Tornando alla Vendée Globe, tra i primi 7 oltre a Pedote ci sono cinque  francesi del nord e, al sesto posto, Boris Herrmann,38 anni, tedesco  amico di Pierre Casiraghi, che corre per lo Yacht Club di Monaco.

 In testa c’è Charke Dalin, 38 anni, meticoloso architetto, con scafo foiling nuovo. Secondo è Damien Seguin, 41 anni, nato senza l’uso della mano sinistra, una condizione che non ha mai considerato un handycap. Il veterano Jean Le Cam l’ha  aiutato a  semplificare e rendere ergonomico e adatto il suo IMOCA 60 senza foil che oggi si chiama Groupe Apicil, ed è noto al grande pubblico per esser stato protagonista del bel film En Solitaire.  Segue in terza posizione LinkedOut,  di Thomas Ruyant, il cui scafo  nuovo è stato costruito in Italia vicino a Bergamo dal cantiere Persico, quello di Luna Rossa. A seguire i francesi Louis Burton, 38 anni e Yannick Bestaran, di 48, quest'ultimo che per una buona parte del percorso è stato in testa, entrambi con scafi foiling del 2015.

Chiude la flotta  Ari Huusela, 58 anni,  finlandese che col suo Stark non foiling ha passato da poco Point Nemo e  deve ancora doppiare Capo Horn. 

Ultimo aggiornamento: 13:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA