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Un gladiatore a New York, Vianello: «Voglio il mondiale in 4 anni»

Un gladiatore a New York, Vianello: «Voglio il mondiale in 4 anni»
di Gianluca Cordella
5 Minuti di Lettura
Venerdì 7 Dicembre 2018, 09:00
«Qui i giochi si fanno seri. C’è un sacco di gente anche agli allenamenti e ho già autografato le mie prime foto». La voce con cui Guido Vianello racconta la settimana che precede il suo debutto tra i professionisti è quella di un ragazzino che resta a bocca aperta davanti a un fantastico luna park. E la cosa una certa “impressione” la fa, considerando che Guido, 24 anni, nove dei quali consacrati alla boxe da quel suo primo ingresso in palestra alla Montagnola, è un peso massimo di quasi due metri d’altezza per un quintale e spiccioli di peso. Una carriera tra i dilettanti, con tanto di viaggio olimpico a Rio a rappresentare gli azzurri tra i supermassimi, e poi, all’improvviso, il salto nella favola: la chiamata di Bob Arum, il passaggio tra i professionisti, l’annuncio del debutto al Madison Square Garden. «Ero in Inghilterra ad allenarmi, già con la testa sul percorso di avvicinamento alle Olimpiadi di Tokyo 2020, quando il mio procuratore inglese, Sam Jones, mi ha detto: “Ti ho proposto a Bob Arum, ti hanno visto e ora ti vogliono” - racconta Guido al telefono da New York, a poche ore dalla sua prima conferenza stampa da pro - Mi sono preso giusto il tempo per verificare che non fosse uno scherzo, poi ho detto subito sì». Bob Arum, per intendersi, è un signore di 87 anni che nel 1965 si è messo in testa di fare il promoter e ha cominciato a organizzare gli incontri di Muhammad Ali. E, dopo aver messo in piedi sfide come quelle tra Marvin Hagler e Sugar Ray Leonard o tra Evander Holyfield e George Foreman, ha messo sotto contratto fenomeni più vicini ai nostri tempi, come Oscar de la Hoya, Manny Pacquiao e Julio Cesar Chavez. «Credo che nella carriera di un pugile ci siano tre sogni: andare alle Olimpiadi, combattere al Madison Square Garden e lavorare con Arum. Sto riuscendo a realizzarli tutti».

I BRIVIDI
Solo per una questione temporale, manca ancora all’appello il secondo dei tre sogni. «Ma sto iniziando ad assaporarlo. Il mio albergo è proprio di fronte al Madison e ogni mattina, quando mi sveglio, me lo trovo davanti agli occhi. Quando c’è stato l’annuncio dell’incontro non avevo realizzato del tutto, mentre ora devo dire che più ci avviciniamo e più un certo effetto comincia a farmelo». Anche perché la macchina da show americana mica si risparmia e per Guido il battage è stato e sarà massiccio. «Sabato arriverò sul ring vestito da gladiatore, sono romano...», certo l’associazione di idee vien da sé e comunque anche i soprannomi, nello sport americano, sono un elemento quasi imprescindibile. Di fronte a The Italian Gladiator ci sarà Luke Lyons, americano, 33 anni, con 7 incontri alle spalle tra i professionisti: 5 vittorie, 2 per ko, una sconfitta e un pari. «Lo conosco poco - ammette Guido - ma l’ho studiato in video. E comunque la verità è che non mi preoccupo di lui, sono concentrato totalmente su me stesso». Determinato, come quando parla del suo futuro. «Non posso negare che da questa esperienza mi aspetto grandissime cose, sotto tutti i punti di vista. C’è tutto, da un’organizzazione di eventi paurosa a un coach, Abel Sanchez, che ha portato al titolo mondiale già 18 pugili. L’obiettivo è quello, il traguardo mentale è arrivarci nel giro di 4 anni. Sono convinto di poter fare una crescita esponenziale, forse superiore a quella che riesca a immaginare».

FATICA E RIFLETTORI
I riflettori stanno per accendersi. Fin qui però c’è stato poco da far spettacolo. «Sono negli Stati Uniti da due mesi, mi sono stabilito a Big Bear Lake, in California. Lì sono in montagna, non c’è nulla. O ti alleni o ti alleni», racconta. E tra un allenamento e l’altro, a un certo punto, è spuntato anche Tyson Fury, ex campione del mondo e fresco di pareggio nella supersfida per la cintura Wbc con Deontay Wilder. «Stava preparando l’incontro per il titolo e abbiamo fatto un po’ di sedute insieme. È stato bello perché non mi sono mai sentito in soggezione. L’ho sempre affrontato facendo il mio e lui per questo mi ha preso a cuore. La sera del suo incontro ero in terza fila a tifare per lui. Peccato per i due atterramenti perché aveva dominato, dando prova di essere un signor pugile. Dopo il verdetto è venuto di persona a ringraziarmi».

IL PASSATO
Tutto perfetto insomma. Nella terra delle opportunità non c’è spazio per le opportunità sfumate. «Lasciare la maglia dell’Italia e la divisa dei Carabinieri mi è dispiaciuto. Ma rinunciare a Tokyo, sono sincero, mi ha pesato fino a un certo punto: questa occasione era troppo grande per lasciarsela scappare. Se penso alle Olimpiadi mi spiace più non essere arrivato in forma a quelle di Rio, dove riuscii a staccare il pass in extremis e dopo una stagione massacrante. Lì mi sarebbe piaciuto fare meglio». Ma quello era il Brasile, mica l’America.
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