Vela, Prada America's Cup World Series: nella notte scatta la sfida di Luna Rossa. Così le regate in tv

Vela, Prada America's Cup World Series: nella notte scatta la sfida di Luna Rossa. Così le regate in tv
di Francesca Lodigiani
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L’appuntamento è per le 3 (ora italiana) del 17 dicembre, le 15 in Nuova Zelanda, fra i pochi paesi Covid free nel mondo. Partono le Prada America’s Cup World Series, le prime e ultime regate nelle quali il Defender, Emirates Team New Zealand, potrà confrontarsi per due volte con ciascuno dei tre Challenger, Luna Rossa Prada Pirelli, American Magic e Ineos Team UK, prima della 36° America’s Cup in programma a marzo 2021.

A quel punto dei tre aspiranti sfidanti, ne sarà rimasto solo uno, quello che per la prima volta avrà alzato al cielo la nuovissima Prada Cup disegnata da Marc Newson e realizzata da argentieri fiorentini che sostituisce la Louis Vuitton Cup che dal 1983 al 2017 ha incoronato il vincitore delle selezioni degli sfidanti.

Moro di Venezia 1992 e Luna Rossa 2000 compresi. L’America’s Cup, è stato ripetuto infinite volte, è uno dei più antichi trofei del mondo dello sport. Dal 1851 ad oggi ha toccato tre secoli, superato due guerre mondiali, vissuto ere sociali, economiche e tecnologiche profondamente diverse.

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La Coppa America, “The old Mug”, la vecchia brocca - ribattezzata col nome della vincitrice Goletta America, non del continente - nell’intenzione di chi la conquistò sotto bandiera a stelle e strisce del nuovo mondo, battendo in una regata intorno all’isola di Wight l’allora dominante marineria britannica, era che fosse rimessa in palio in perpetuo per premiare il meglio, in termini di uomini ed evoluzione tecnologica, che le singole nazioni avrebbero saputo esprimere. Primo tutore di questa tradizione il New York Yacht Club, il Trustee, che l’ha custodita e difesa per 132 lunghi anni.

Poi nel 1983, l’epoca di Azzurra, gli uomini di Australia II, dopo un paio di decenni di tentativi, con una soluzione progettuale geniale, se la sono portata down under. Da allora ha cambiato mani 6 volte. Dopo il 1987, ultima volta dei fascinosi 12m SI, si è corsa con tipi di barche diverse. Si è passati anche dai catamarani volanti di San Francisco e Bermuda, quando i kiwis, che la Coppa l’avevano persa nel 2003 ad opera dell’imprenditore appassionato velista di origine romana Ernesto Bertarelli, che con Alinghi li aveva battuti. Questa notte al via c’è una nuova classe di barche che mai nessuno prima aveva potuto immaginare, gli AC 75 foiling, che in tanti non riescono neppure a chiamare barche.

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La verità è che in qualche modo, pur con qualche allentamento nelle regole, la Coppa America continua a muoversi secondo le linee guida tracciate da chi la vinse e mise in palio a metà 800: chi la corre rappresenta il meglio in termini di uomini ed evoluzione tecnologica che la nazione dello yacht club sfidante – nel caso di Luna Rossa il Circolo Vela Sicilia del Presidente Agostino Randazzo – sa e riesce esprimere. GLI AC75 Per capire qualcosa di questi oggetti volanti che nella notte italiana tra il 16 e il 17 dicembre vedremo affrontarsi in regata per la prima volta in una prima prova che vedrà contrapposti, come 20 anni fa, Emirates Team New Zealand e Luna Rossa Prada Pirelli, bisogna studiare.

Essere marinai, velisti, appassionati non basta per niente. Qui si tratta di comprendere concetti come “effetto suolo” “effetto aereo” “centro di lift” , “portanza” . Termini che non si trovano per ora nei dizionari nautici. Il peso degli scafi di questi mezzi, è di appena 6/7 tonnellate, niente rispetto a barche di pari lunghezza, cioè 22.86 metri con un albero di 26. Mezzo che è governato da un equipaggio di 11 uomini dal peso complessivo che non può superare i 990kg. Il tutto perché gli AC 75 devono alzarsi in volo, fluttuare sull’acqua. Infatti hanno lo scafo che assume forme studiate sotto il profilo dell’aerodinamica, che però devono essere anche forti, muscolari a prua, perché precipitare in acqua, fare “delfinaggio” è un attimo e l’impatto non deve poter creare danni alla struttura. La vela? E’un’ala formata da due pelli che fa le veci - in quanto si può issare e abbassare senza ricorrere ogni volta a una gru - di quella rigida vista sui multiscafi nelle ultime edizioni. Ma è sempre un’ala, issata su un albero a sua volta dal profilo alare. Le velocità di questi scafi con vento sui 6 nodi raggiunge in un attimo i 30. Può raggiungere i 50, che calcolato il vento apparente significa una altissima velocità sulla faccia.

Accelerazione e potenza sviluppata sono enormi. Le regolazioni delle vele sono sviluppate da energia umana, quei velisti-dinamo che azionano i coffea grinder. I vecchi timoni hanno lasciato spazio in parte a stick da videogioco. Questi scafi non si raddrizzano più per effetto di bulbi da svariate tonnellate. Tutto diventa un gioco di decollo, di equilibrio sul foil di sottovento, di gestione del volo, perché quello che emerge dalle basi dei team è che chi prima e più vola, possibilmente raso acqua, e riesce a virare in maniera più liscia, è colui che ha il vantaggio. Non a caso cambia il ruolo del tattico che un tempo annusava e intuiva i salti di vento e diventa importante il “flight controller” .Causa Covid, tuti i team hanno deficit di ore sulle seconde barche varate a ottobre ( il regolamento permette due soli scafi e un numero limitato predefinito di parti, alcune delle quali uguali per tutti e altre, come i foil, lasciate alla creatività tecnologica dei singoli team) e sicuramente quello che inizia oggi è un percorso di crescita esponenziale delle performances di ciascun mezzo.

LE REGATE

Patrizio Bertelli ha sempre detto che voleva un ritorno ai monoscafi, al match race. Quelli della 36° America’s Cup sono monoscafi molto sui generis e non è chiaro quanto le manovre di partenza, il circling, possa essere “stretto”. Infatti i tempi di ingresso nell’area di partenza sono di 2 soli minuti con 10 secondi di vantaggio a di chi entra da un lato predefinito. Le istruzioni di regata inoltre hanno stabilito una sorta di virtuale rombo magico intorno agli scafi e ai bracci mobili che montano i foil e danno una sembianza di animali da fantascienza agli AC 75. Se i concorrenti travalicano il rombo magico, scatta dai giudici in acqua la penalità, da scontare con arresto del mezzo per i secondi definiti e comunicati. Le alte velocità, alle quali, dicono gli uomini del team – nessuna donna negli equipaggi – ci si abitua, impongono velocità di reazione inusuali e la necessitò di automatismi.

Sotto il profilo della sicurezza, caschi, bombolette d’ossigeno, respiratori, protezioni, kit di pronto soccorso, sono ormai il look che fa sì che si sorrida pensando ai blazer che si vedevano indossare su pantaloni bianchi o bordeaux agli skipper delle America’s Cup di Newport. Cambia anche la durata delle regate, in via di principio sui 25/30 minuti. Quanto alla intensità del vento, per queste regate – aumenterà lievemente per la finale – deve essere minimo 6.1 e massimo 21 nodi. Un’intensità inferiore a quella del match a tutela dei mezzi. Si perché oltre alla bravura degli uomini e alla messa a punto e performance dei mezzi, una delle grandi variabili è quella delle avarie. Arriverà in fondo e prevarrà, anche chi avrà avuto meno avarie e incidenti. Per anni si è parlato delle barche di Coppa America come di Formula 1 del mare. Non era vero. Era solo un modo di dire. Questi AC75 invece sì e da stanotte si capirà quanto.

COME SEGUIRE LE REGATE 
La Rai seguirà l’evento con Rai Play e Rai 2 in diretta dalle 2.50 alle 6 e replica su Raisport +HD dalle 8.15 alle 11.25. Direttore d’orchestra Giulio Guazzini che via Skype coinvolgerà esperti: da Edoardo Bianchi, a Ruggero Tita, mondiale della classe olimpica volante Nacra 17, a De Angelis e Pelaschier, ai protagonisti a Auckland nel dopo-regata. 

Mercoledì 16 Dicembre 2020, 20:14 - Ultimo aggiornamento: 17 Dicembre, 00:50
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