Desalu: «Il Giappone nel mio destino. Difficile gestire la notorietà»

Desalu: «Il Giappone nel mio destino. Difficile gestire la notorietà»
di Giacomo Rossetti
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Martedì 28 Dicembre 2021, 17:17

«Sono uno che lascia parlare le gambe». La modestia è parte fondamentale della visione del mondo di Faustino Desalu. Lo sprinter piemontese delle Fiamme Gialle è uno dei volti più luminosi del “super anno” italiano. D’oro, come quello della staffetta 4x100 che si è messo al collo a Tokyo con Marcell Jacobs, Filippo Tortu e Lorenzo Patta.
Si sta per chiudere un 2021 eccezionale: buoni propositi per l’anno prossimo?
«Sono focalizzato sui Mondiali di Eugene, dove spero di andare in finale, e agli Europei di Monaco di Baviera dove punto a una medaglia, magari la più pregiata. È giusto sognare, ma ancora di più lo è allenarsi e prendere quello che viene. L’oro di Tokyo è un punto di partenza, non d’arrivo».
Quella medaglia storica l’ha conquistata in un Paese che ama particolarmente...
«Sono sempre stato innamorato del Giappone, sono cresciuto con manga e anime: Dragon Ball, Naruto… E poi tantissimi videogiochi, come la saga di Final Fantasy. Alle medie portai la tesina proprio sul Giappone, e sapevo che un giorno o l’altro ci sarei andato. Quando iniziai atletica e scoprii che i Giochi 2020 si sarebbero tenuti a Tokyo, giurai a me stesso che sarebbe stata la mia Olimpiade. E così è stato».
Qual è la sua istantanea del trionfo nipponico?
«Senza dubbio la pista dello Stadio Olimpico: grande, purtroppo vuota, ma che nel bene e nel male mi ha lasciato un segno».
Quella staffetta ha cementato per sempre il rapporto tra voi quattro.
«Vincere e cantare l’inno di Mameli assieme a persone che conosco così bene è stato bellissimo. Ricordarsi di questi ragazzi quando erano bambini, come lo ero io, crescere assieme e poi vincere una medaglia del genere… è un’emozione che non riesco a descrivere a parole».
È stato difficile gestire la fama mondiale?
«All’inizio un po’ sì. Io ero rimasto nell’ombra, perché sono riservato. Il boom dopo Tokyo, con la troupe televisiva che mi aspettava davanti casa, mi ha messo un po’ di pressione. Col tempo ci ho preso la mano, ma resto sempre il Faustino del 5 agosto, la sera prima della finale».
L’attenzione che hanno avuto i media per sua madre le ha fatto piacere oppure no?
«Mamma ha una bella storia ed è giusto il riconoscimento che le hanno dato. Se sono qui adesso a festeggiare è grazie ai suoi mille lavori. Adesso mi chiamano in tanti per chiedermi di lei, ma io non voglio strumentalizzarla. Non voglio passare come la vittima della società, il piccolo Calimero che è stato bullizzato da bambino eccetera eccetera. Semmai come l’esempio di chi non si è mai arreso».
In Italia c’è razzismo?
«È un argomento più grosso di me. Credo che la situazione sia migliorata, ma c’è ancora tanta strada da fare. Da noi come in tutto il mondo. Bisognerebbe concentrarsi un po’ di più sulle scuole, sui bambini, e forse avremo una generazione con una mentalità diversa».
Cosa pensa delle accuse inglesi dopo l’oro nella staffetta?
«Dovrebbero stare un pochino zitti, dicevano tanto dell’Italia e poi si sono trovati un dopato in casa».
E la caccia alle streghe nei confronti di Jacobs?
«Molto fastidiosa, si sono accaniti troppo e non so neanche perché, forse per vendere più copie. Ma Marcell se ne frega di tutto, in senso positivo: non si farà influenzare».

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