Il ritratto: il ring è stato meraviglioso con Marvin Hagler

Il ritratto: il ring è stato meraviglioso con Marvin Hagler
di Piero Mei
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Lunedì 15 Marzo 2021, 07:30

Qui, all’inizio degli Anni Ottanta, Domenico Modugno cantava quel “Meraviglioso” che ancora oggi ci suona dentro. In America “Marvelous”, proprio in quegli anni dal 1980 al 1987 in cui restò imbattuto sul ring dei pesi medi, qualcuno lo disse di Marvin Hagler. Gli piacque: andò allo stato civile e chiese che glielo aggiungessero sui documenti. Nessun impiegato, guardandolo e riconoscendo il campione del mondo che era, avrebbe osato dirgli di no: rischiava di uscire dal confronto come Vito Antuofermo, che pareggiò il primo match mondiale combattuto da Hagler e ne uscì sì campione confermato ma sanguinante e con 70 punti di sutura. A Mustafa Hamsho, uno dei undici pugili contro cui Hagler difese, sempre vincendolo, il titolo, andò meglio: solo 55 punti.
AMAVA NAPOLI, TIFAVA SAMP
“The Marvelous” è morto ieri nella sua casa nel New Hampshire. Lo ha annunciato, e tutto è stato improvviso, sua moglie Kay: «Mi dispiace fare un annuncio molto triste. Oggi, purtroppo, il mio amato marito Marvelous Marvin è morto inaspettatamente». Avrebbe compiuto 67 anni il 23 maggio. Kay è una signora italiana, napoletana. Il che non convinse Hagler, che ha vissuto a lungo in Italia, a tifare Napoli: Marvin scelse la Samp, «per i colori e perché non la consideravano fra le grandi». Era come lui, diceva: come la Samp arrivò lassù, anche lui. Faticò, Hagler. Dovette combattere (e vincere) una cinquantina di volte, prima che gli dessero una possibilità mondiale. Perfino il senatore Ted Kennedy fu costretto ad intervenire, con una lettera in cui minacciava l’apertura di un’inchiesta al riguardo. La carriera di Hagler è piena di aneddoti e di ganci destri, di combattimenti selvaggi e si verdetti contrari scandalosi, come l’ultimo, quello che nel 1987 assegnò il titolo ai punti a Ray Sugar Leonard.
LUI E LEONARD
Leonard non gli dette la rivincita e Hagler non salì più sul ring, senza tentennamenti anche davanti a borse gonfie di dollari: ne aveva guadagnati abbastanza di “verdoni” e ora preferiva vivere. E bene: mica li aveva sciupati, come aveva fatto Joe Louis che una volta incrociò in un albergo di Las Vegas e gli davano piccoli oboli di sopravvivenza. Piuttosto tentò la vita dell’attore: qualche film sulla scia di Rocky, si intitolavano “Indio”, non furono da Oscar. Allora si dedicò a promuovere lo sport pulito e l’educazione dei ragazzi difficili. «La boxe ripara i conti della vita» ha detto una volta. Un’altra andò a Secondigliano a tenere in una scuola una lezione contro il bullismo. Se ne intendeva: era cresciuto adolescente a Newark, dove le fiamme incendiarono case e strade ben prima di “Black Lives Matter”. «Sparavano, tutto, bruciava, ci riparammo sotto al letto». Poi, subito, la mamma mise in salvo lui e i suoi fratelli nella città di Brockton, palestra di Goody e Pat Petronelli, perché potesse boxare con i più grandicelli, città di Rocky Marciano.
IL RING ALL’ARISTON
Il primo avversario sul ring si chiamava Don Wigfall ed era un bullo che in discoteca lo aveva colpito con un cazzotto, facendolo sanguinare sulla giacca di pelle nuova. Mai dimenticato. Poi fu lui a dare cazzotti e far scorrere il sangue. Il match della presa della cintura lo vide sul ring a Londra, Wembley Arena, contro l’idolo Alan Minter, “occhi di ghiaccio” lo chiamavano. Minter era bianco e fascista: «Non darà mai il titolo a un negro». In platea aveva quelli del National Front. Hagler lo gonfiò come una zampogna: al terzo round fine del match per ko tecnico. Il pubblico feroce lanciò di tutto; perfino uno scarpone. Per sedare la rissa generale, la polizia spense le luci: fu peggio, ovviamente. Gli avversari che Hagler affrontò sono la storia della boxe: Roberto Duran “mani di Pietra”, Hearns (il loro match fu chiamato “The War”), Mugai detto “The Beast” che arrivò imbattuto fino ad Hagler, Roldan, l’unico davanti al quale Marvin fu “contato” (non fu un pugno: semplicemente scivolò), Obelmajas, che fu il suo dirimpettaio sul ring del Teatro Ariston, quello del Festival di Sanremo. L’orario era ad uso televisivo americano, le quattro di notte da noi. La via Aurelia fu un ingorgo, la tv spaccò l’auditel come fa per Luna Rossa. Chissà se quella notte brindò col vino rosso che gli piaceva come tutte le cose d’Italia: «Di americano – disse una volta – mi è rimasto solo che ci metto il ghiaccio».

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