Sergio Del Prete, responsabile di Viacom: «Il pubblico generalista è il Sacro Graal del video»

Lunedì 8 Gennaio 2018
L'INTERVISTA
C'è una fetta di adulti italiani che è cresciuta guardando i videoclip in televisione, e non sui canali YouTube. Sono i non millennials, quelli che oggi hanno dai trenta ai cinquant'anni e hanno passato l'adolescenza con gli occhi incollati agli schermi di Mtv Italia, il marchio americano di Viacom allora di proprietà di Telecom. Per anni, in Italia e nel mondo, qualsiasi cosa succedesse nella musica, e ovviamente era cool, veniva da quel mondo lì: Mtv. A Milano poi, trasmissioni come Trl (Total Request Live) erano una vera e propria religione, meta di pellegrinaggi quotidiani di fan in delirio: in diretta dalla centralissima Piazza Duomo, ogni pomeriggio si esibivano live cantanti italiani e internazionali. Superstar autentiche, non i ragazzini dei talent. Da Tiziano Ferro a Ligabue, da Mariah Carey a Britney Spears, davanti a quelle telecamere sono passate tutte le grandi star degli anni 2000. E i veejay di allora sono attualmente i migliori trenta-quarantenni in circolazione nel mondo della tv: Pif, Alessandro Cattelan, Giorgia Surina, Camila Raznovich, Victoria Cabello, Carolina Di Domenico.
Poi le cose sono cambiate: si è capito che la musica in tv rende pochino, sono arrivati i docureality trash, la crisi, Mtv Italia è passata dalle mani di Telecom al suo originario proprietario americano, e insomma oggi Mtv è un canale che va su Sky (che ne ha comprato la frequenza per fare spazio a Tv8) e la galassia Viacom in Italia si compone di 3 canali free, 11 pay, tra cui Nickelodeon e Comedy Central, ed è il sesto editore nazionale, dopo Rai, Mediaset, Discovery, La 7 e Sky. Da qualche mese Viacom ha lanciato il canale maschile Spike sul digitale terreste, un collage di prodotti divertenti, con la giusta dose di belle ragazze, indirizzato soprattutto a un pubblico maschile, e che, si vocifera, in primavera avrà un programma con Bobo Vieri (è tutto ancora da definire).
A seguirne il lancio, insieme all'amministratore delegato Andrea Castellari, è stato il capo dei contenuti, Sergio Del Prete: 42 anni, sposato con due figli, un passato in Mediaset, Sky e Discovery, una laurea in filosofia e una gentilezza bella come è indubbiamente bella la Madunina del Duomo di Milano che che si vede dal suo ufficio in Corso Europa, pieno centro città.
Del Prete, com'è la vita per chi lavora per il sesto editore nazionale?
«Ognuno gioca nel suo campionato ed è importante capire qual è il tuo. Noi stiamo facendo un piccolo pezzo di televisione, ma lo facciamo bene».
Che cos'è per lei farlo bene?
«Lavorare sull'innovazione, e sui talent. Come per esempio con Saverio Raimondo, il comico che è la nostra star di Comedy Central: ha un approccio molto americano. Oppure invece centrare il prodotto: quando abbiamo lanciato Paramount Channel (filmoni e serie tv cult, ndr), in tre mesi siamo arrivati oltre l'1%. Per noi è stato un successone. Io mi porto a casa questo risultato e sono felice».
Com'è il suo rapporto con i dati auditel?
«L'hashtag di chi fa il mio lavoro è #maiunagioia. Ti svegli e magari un canale va bene, ma gli altri male. Quando tutti sono accettabili, quel giorno lì te li segni sul calendario».
Ha dei gesti scaramantici?
«Sono mezzo napoletano, non potrei non averne. Se è una mattina in cui spero che ci siano dati belli, arrivo anche a deviare il tragitto per venire in ufficio, una specie di gesto propiziatorio. Poi quando mi siedo su questa sedia, indosso il mio anello tiger data: vede? Ha una testa di tigre. Lo metto e faccio clic sul computer. Non mi dica niente, lo so, sono cose irrazionali: sono scorpione ascendente vergine: da una parte ho l'ossessività, il metodo, lo studio meticoloso della controprogrammazione. Dall'altro ho l'emotività e l'irrazionalità. Del resto, uno può prevedere tutto, ma poi quello che succede non è mai certo. È vero che c'è gente che fa il 30-40%, che obiettivamente ha cambiato e sta cambiando la faccia alla tv».
Non mi dica che anche lei ha la passione per Maria De Filippi
«Chi non ce l'ha. Fa un lavoro straordinario».
Lei è in Viacom dal 2015, e Mtv è cambiatissima: prima c'erano programmi più impegnati come Ginnaste, I soliti idioti, Pif con Il Testimone
«La Mtv con uno sguardo sul sociale, un po' impegnata, poteva essere dissacrante qualche anno fa, ora non lo sarebbe più. La classica docu-serie sui ventenni la fa la Rai, non ha senso che la facciamo anche noi. Noi dobbiamo andare avanti, fare altro».
E infatti ora c'è Riccanza, un programma folle e un po' trash che racconta vita vera di giovani ricchi. Una sua creazione
«Mtv è sempre stato un canale punk: si rivolge ai giovani senza filtri, in modo un po' selvaggio, fuori dagli schemi. Il bisogno di trash fa parte dell'uomo, è una categoria dello spirito, ormai è sdoganato: lo guardano tutti. E poi in Italia abbiamo una lunga tradizione in questo senso: pensi a quello che è stato realizzato con Pupo su Rai3. È un genere che non morirà mai. Io mi sono inserito in questo solco, spostandolo nel mondo dei ricchi, nel mondo dei social e di instagram: la sigla, il karaoke, i personaggi, il linguaggio velocissimo. Riccanza è diventato un piccolo cult, su twitter va benissimo».
Considera Twitter come l'Auditel?
«No, assolutamente, non è un campione rappresentativo. Ma la popolazione che twitta è rumorosa, emotiva, racconta ciò che prova, racconta la sua storia. In tempo reale. Se c'è un insuccesso sui social, va gestito e capito».
La vera battaglia della tv si gioca ancora sul pubblico generalista?
«Sì, senza dubbio: il publico generalista dai 25 ai 55 ani è il Sacro Graal della tv. Tutti cercano di portare a casa il risultato con questa fetta di pubblico. Questa competizione però spesso ha portato a una grande omologazione nei prodotti: i filmoni larghi, quelli che piacciono a tutti, per esempio. Uno ci prova, poi la verità viene fuori al mattino».
Chi le piacerebbe portare in tv?
«Bebe Vio, con la quale abbiamo appena lavorato insieme a Jovanotti: ha un modo di esprimersi che arriva alle persone in maniera universale. Sarebbe stata un'ottima veejay. Con Paramount Channel abbiamo fatto il documentario sul cinema The Italian Job con Adriano Giannini e Luca Argentero: mi piacerebbe arruolarli nella scuderia, magari potrebbero presentare i loro film preferiti».
Avete un canale televisivo free dedicato alla musica, VH1. Nostalgia del passato?
«No, assolutamente. Mtv scopriva la musica, VH1 la celebra. Sono due canali diversi. Certo, ultimamente in tv c'è un grande ritorno al passato: lo speciale su Indietro Tutta, Daniele Bossari che è tornato ad avere fama».
Anche lui, come altri, è uscito dalla vostra scuderia
«Non è mica un caso. Abbiamo sempre creduto nei talenti. E alcuni adesso sono tornati a fare cose con noi: Victoria Cabello e Carolina Di Domenico, hanno rifatto one shot il mitico Storytellers con Fabri Fibra e Niccolò Fabi per la Milano Music Week.
Rifarete Trl?
«Per noi è un patrimonio incredibile, è stato un programma straordinario. Quando andava in onda più di dieci anni fa il mondo era diverso, non c'era YouTube non c'erano così tanti canali televisivi. Va un po' ripensato e attualizzato. Viacom l'ha rifatto nel 2017 dai suoi studi in Times Square, ed è stato un grande evento».
Dica la verità: ci state pensando anche voi.
«Mai dire mai. Sì, certo. Ci stiamo pensando. Vedremo».
Maria Elena Barnabi
© RIPRODUZIONE RISERVATA Ultimo aggiornamento: 9 Gennaio, 13:38 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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