Rai, allarme per i tetti ai compensi. Ma il tesoro si defila

Sabato 25 Febbraio 2017 di Alberto Gentili

ROMA «Le conseguenze di questa azione sarebbero molto pesanti per la nostra azienda. Certamente la Rai non potrebbe più essere leader nazionale nel settore radiotelevisivo e digitale. Avrebbe effetti molto significativi sul bilancio. Per questo metterò tutto l'impegno di cui sono capace, insieme al Cda, per trovare una soluzione che permetta alla Rai di conservare al meglio il proprio valore e la propria attività». A sera, dopo una giornata senza risposte da parte del governo, Antonio Campo Dall'Orto esce allo scoperto. Lancia un appello. E promette di lavorare affinché con una legge, con una circolare o con un ordine del giorno del Parlamento, venga tolto il tetto di 240 mila euro per gli artisti e i giornalisti a contratto.

E' caduta nel vuoto, infatti, la richiesta del Cda. Il ministero dell'Economia, cui la Rai si era rivolta affinché esprimesse un parere sull'estensione agli artisti del tetto, ha ributtato la palla nel campo della politica: è stata la legge sull'editoria a introdurre il limite e per cambiarla serve un'altra legge.

FRONTE TRASVERSALE
Nelle stanze del governo non è sfuggita la saldatura di un asse traversale favorevole al limite. Giovedì sera, appena il Cda ha esteso a partire da aprile il tetto di 240 mila euro - per evitare di essere chiamato un giorno dalla Corte dei conti a rimborsare personalmente i contratti d'oro di volti Rai come Carlo Conti, Fabio Fazio, Amadeus, Claudio Insinna, Bruno Vespa, Lucia Annunziata, Pietro e Alberto Angela, Antonella Clerici, etc. - sono fioccate le dichiarazioni entusiastiche del grillino Roberto Fico, di Michele Anzaldi (Pd) e di Renato Brunetta (Forza Italia). «E visto che c'è la volontà trasversale del Parlamento a favore della norma, già votata in ottobre dalla commissione di Vigilanza all'unanimità», ha osservato una fonte accreditata, «è impensabile che possa bastare un'interpretazione del Tesoro per risolvere il caso».

La questione, insomma, è tutta politica. Non a caso la prossima settimana il sottosegretario alle Comunicazioni, Antonello Giacomelli, promuoverà un incontro con il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan per affrontare la questione. Obiettivo: capire se è possibile mettere nero su bianco una leggina che limiti il tetto a dirigenti e giornalisti, salvando gli artisti. Cosa particolarmente difficile in tempo di elezioni e di forti venti populisti. Oppure se basterà un ordine del giorno votato dal Parlamento o, meglio ancora, il parere (previsto a giorni) dell'Avvocatura dello Stato.

MEDIASET E SKY
A palazzo Chigi e dintorni sono preoccupati per le sorti «della più grande azienda editoriale del Paese». Temono che la Rai, senza i suoi volti noti, perda ascolti. Sia messa ai margini del mercato. E, di conseguenza, veda crollare gli introiti pubblicitari a vantaggio dei concorrenti Mediaset e Sky. Il tutto, con sommo rischio per la tenuta dei conti di viale Mazzini. «Qui si sta parlando di un'azienda che ha oltre 13 mila dipendenti, altro che Alitalia...», dice una fonte del governo. Non è allarmismo. Raffaele Agrusti, direttore finanziario di viale Mazzini, ha provato a stimare i danni delle perdite economiche innescate dal tetto. E ha calcolato in circa un migliaio i contratti che potrebbero non essere rinnovati (partite Iva, collaboratori a tempo, etc). Oltre a uno stop all'assunzione di una nuova tranche di giornalisti pescati dalle liste del Concorsone. In più a viale Mazzini temono che esploda «una mostruosa questione legale». Spiegazione: «Gli artisti e i giornalisti che hanno firmato contratti per un certo importo, potranno farci causa per la decurtazione».

Anzaldi, esponente del Pd in Vigilanza, saluta invece con favore il taglio alle retribuzioni: «Farà da calmiere a tutto il settore. Gli artisti se ne vanno? E dove? Se Mamma Rai taglia, anche Mediaset e Sky taglieranno. Comunque una strada c'è: il Cda stabilisca che il tetto vale per i giornalisti e non per gli artisti».

Ultimo aggiornamento: 26 Febbraio, 09:49

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