Il festival di Sky Arte incanta e anima Palermo, capitale europea della cultura

Sabato 13 Ottobre 2018 di Andrea Velardi
 A Palermo, capitale europea della Cultura 2018, ha fatto irruzione la poliedrica due giorni  (12-13 ottobre) del  Festival di Sky Arte, con iniziative legate al mondo dell’arte, della cultura, dell’ambiente e al valore sociale dello sport.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, rammaricato di non essere presente, ha inviato il suo saluto: «La scelta della capitale della Cultura 2018 come sede del Festival di Sky Arte rappresenta un omaggio ad una delle città più ricche di arte e di storia, ma anche una grande opportunità per Palermo e per tutta la Sicilia. Perché cultura e arte costituiscono un volano importante di crescita civile ed economica. Sky Arte contribuisce a questa crescita con la sua meritoria attività di ricerca, documentazione e di diffusione del nostro patrimonio artistico». Durante la serata inaugurale, alla presenza del sindaco Leoluca Orlando, che ha approfondito durante la presentazione il binomio etica-estetica, è andato in onda un estratto del documentario «Palermo capitale del mediterraneo» seguita dal concerto, in esclusiva per il Festival, di Brunori Sas con l’omaggio a «Come è profondo il mare» di Lucio Dalla.

Il Documentario, di cui è voce narrante Corrado Fortuna, annoda insieme, in una carrellata altamente evocativa, le percezioni di personaggi noti e della gente comune. Dalla sommità di castel Utveggio lo sguardo della telecamera si stende verso la città rilucente, bruciata dal sole, ingrandisce la lente sui coltelli della Vucciria che si affilano uno con l’altro tagliando finemente il pesce. Ecco la Zisa, il piccolo e maestoso castello arabo col suo giardino tagliato da un canale lunghissimo, poi d’improvviso un salto verso l’estremità del Parco della Favorita, sull’esotismo composto e ammaliante della Palazzina Cinese gorgoglia veloce una fontanella di acqua. Simonetta Agnello Hornby emozionata, quasi a confessare un segreto meraviglioso gelosamente custodito, che è l’ora di condividere col mondo, ricorda che «Non si può non amare Palermo!».

Quando si arriva dal mare è stupendo vedere Monte Pellegrino, questo bisonte annegato nell’acqua e poi si aprono le montagne attorno, in un teatro di finestre e di palme e c'è un sentimento di sicurezza, di identità che ti avvolge. Si torna alla città. Riappare la maiolica smagliante gialloverde della cupola di San Giuseppe ai Teatini, barche partono dalla cala verso il mare aperto. Lo scrittore Giorgio Vasta ricorda che tra i profumi si respira tolleranza e cantiere di contaminazione città cosmopolita capitale del mediterraneo. Roberto Alajimo,  con la platea del Teatro Biondo ricorda l’espressione di Goethe «nella luce di Palermo», che richiama e definisce l'ineffabile come la pietra d aspra in cui è racchiusa la bellezza di questa città. «Una città porosa» per Giorgio Vasta, con comunità senegalesi e tamil così già appartenenti che sembra non  stiano arrivando, ma stiano tornando in un luogo in cui si è già stati. Un brulichio di febbrilità in cui il documentrio scopre,nascosta in una colonna della Cattedrale, una iscrizione del Corano. Uno sguardo meno fugace e repentino raggiunge anche lo Spasimo, rudimento di una chiesa attraversato dall’implacabile luce siciliana, in passato luogo della stagnazione, sconosciuto, seppellito allo sguardo dei palermitani,  silenzioso ostaggio da se stesso.
 
Roberto Pisoni, direttore di Sky Arte, ci spiega la mission del Festival:  «declinare sul territorio quello che facciamo in tv, non limitandoci ai contenuti della televisione ma cercando l’aggancio con la realtà. Il festival è un modo per raccontarci nel modo più corale e far conoscere in anteprima le produzioni di Sky. L’occasione non nasce solo perché Palermo è capitale europea della cultura.  Nel 2017 avevamo già fatto una puntata de «Le sette meraviglie» su Palermo arabo-normanna e nel 2015 un documentario sull’Oratorio di san Lorenzo e il furto del Caravaggio. Siamo molto orgogliosi del riscontro del pubblico, a cui offriamo la partecipazione gratuita agli eventi, oltre a dialogare con il tessuto sociale e il patrimonio culturale delle città che ci ospitano». Dialogo che ha riguardato anche i valori legati allo sport nell'incontro dei giornalisti di Sky Sport e dei giovani calciatori della squadra del Palermo con i ragazzi del centro «Padre Nostro» di don Pino Puglisi.
 
L’evento «Un mare da salvare» ha illustrato la campagna di sensibilizzazione ambientale del gruppo Sky per la difesa dei mari. Martina Capriotti, biologa dell’Università di Camerino, vincitrice della scholarship messa a disposizione da Sky  e National Geographic e Daniele Moretti (SkyTg24) hanno spiegato come possiamo contribuire alla riduzione dell’inquinamento da microplastica. Serena Chiama, responsabile delle attività della campagna per l’Italia, spiega quanto sia importante dare il buon esempio: «Sky è in prima linea con una road-map per l’abolizione della plastica mono-uso dal suo business entro il 2020, sicuri di innescare un effetto filiera sugli stessi fornitori». Anche Sky Arte Festival è plastic free, è stata inoltre posizionata un’installazione per sensibilizzare i cittadini al corretto smaltimento dei rifiuti plastici. Entusiasta Martina Capriotti, che porta avanti il suo progetto di ricerca sul Mare Adriatico forte di questo lancio verso una promettente carriera. Alla Chiesa di Santa Maria dello Spasimo, dopo Carlo Lucarelli che ha presentato «Inseparabili» alle 11, Iaia Forte, ha letto «Caffè amaro» di Simonetta Agnello Hornby, unendo eleganza e carnalità, preziosità spirituale e ritmica sciantosa. «Mi piace incarnare eroine non convenzionali, non sottomesse ai cliché» - racconta l’attrice che sottolinea «il ruolo del teatro nel promuovere la letteratura oggi in grande sofferenza di pubblico e il valore cruciale dei libri per la vita di un attore e la costruzione dei suoi personaggi». 
 
Alle 14.30 al Teatro Garibaldi, è andato in scena uno dei più interessanti eventi del festival con Antonio Monda, conduttore stylish, dotato di rara capacità evocativa, Roberto Andò, regista acuto, straordinariamente epatico con il romanzo, che ha dedicato nel 2000 agli ultimi quattro anni di vita di Tomasi di Lampedusa il film «Il manoscritto del Principe», e uno straripante e irrefrenabile Gioacchino Lanza Tomasi.  Andò spiazza tutti con l’intelligenza rara di un critico consumato, opponendo allo stereotipo de «Il Gattopardo» come «romanzo della regressione e della reazione, l’idea di un romanzo sulla mediazione scritto da un principe che ha sovrapposto in se stesso il destino del sopravvissuto e del profeta, membro di una classe che stava scomparendo, di cui ha saputo raccontare la tragedia, e rabdomante di onde nascoste che si sarebbero manifestate compiutamente dopo». Pochi romanzi consentono di «capire icasticamente il futuro con un’immagine, quella del gran ballo dove Calogero Sedara, intermediario vicino alla mafia, che ieri era semplice invitato maldestro e inopportuno con l’abito rattoppato, e che oggi  è diventato il padrone di casa». Andò spiega a tutti come la frase famosa sul trasformismo non renda giustizia al pensiero dello scrittore, di cui invece il saggio di Said fa capire la morale più vera e profonda: «se non cambi la storia, sarà la storia a cambiare te». 

Gioacchino Lanza Tomasi racconta aneddoti pregnanti, si sofferma sulle traversie editoriali con la Feltrinelli, la disputa con il filologo Sgroi per cancellare le migliaia di refusi della prima edizione, ai tempi in cui c’era la Lynotype e si traducevano i romanzi stranieri dalle edizioni francesi. Sottolinea il ruolo del celebre e magnanimo editore Andrew Wylie, che aveva fatto la fortuna americana di Italo Calvino,  annuncia il docufilm che sarà presentato a febbraio al Festival di Berlino. Il dibattito si incentra sulla versione cinematografica di Visconti, sul compromesso tra prodotto  industriale e arte letteraria. Anche se Andò ricorda come, durante le riprese del Manoscritto, avesse saputo da un noto collaboratore Visconti come i produttori non riuscissero a parlare con il regista, che aggirava abilmente la loro tirannica incombenza. Antonio Monda mostra alcune scene cult del film, si concentra sull’Angelica interpretata da Claudia Cardinale che irrompe con «l'invincibilità della sicura bellezza» facendo innamorare Tancredi, ma turbando anche principe di Salina, il gattopardo.  Ricorda come Suso Cecchi D’Amico sintetizzasse a perfezione la trama del Gattopardo come «la storia del principe Tancredi Falconieri che sposa la nipote di Peppe Merda». E commenta con commovente profondità la scena dopo il ballo, quando il principe di Salina, innamorato di Angelica, piange, ormai invecchiato, davanti agli orinatoi di ceramica, pronto alla morte che è narrata nei 4 capitoli  finali del romanzo, esclusi dal film di Visconti. Dove per Andò c’è «una eco di Baudelaire, dell’impossibilità di cogliere gioventù,  della decomposizione, con quel silenzio assoluto di una scena straordinaria di 55 secondi». Antonio Monda ci parla con profondità dell’America, che non coincide con New York e Los Angeles, della risonanza di autori come Italo Calvino, Primo Levi e Tomasi di Lampedusa in quelle che rimangono però delle nicchie, con una quota di mercato risicata del 3%. Ma anche scrittori cult contemporanei come Saul Bellow e Philip Roth avevano un mercato ristretto, connotato però da una forte incidenza nel tessuto culturale e sociale degli Stati Uniti. Che oggi si trova nella drammatica situazione di essere polarizzata in due accanimenti opposti: quello rivendicativo, sovranista, trumpiano e quello della stessa intellighenzia «democratica» o dei movimenti civili che, per reazione, si sono messi a utilizzare la stessa veemenza dell’ondata più populista.
 
Alle 15.30 si parla de «I Maestri del Noir», in onda da novembre a dicembre di quest’anno, omaggio dei nuovi giallisti ai detective del genere e alla passione per la tavola, ispirati dalla sponsorizzazione del pregiato rum guatemalteco Zacapa.  Insieme a Luca Crovi, esperto del genere, ci saranno Massimo Carlotto, Hans Tuzzi, Bruno Morchio, le sorelle Martignoni e Valerio Varesi, ad alternarsi ai tavoli dell’Osteria del biliardo di Milano, rievocando storie e piatti di Nero Wolfe, Pepe Carvalho, il Commissario Maigret, Miss Marple e Poirot. Hans Tuzzi, autore del fortunato «ciclo di Melis», pubblicato da Bollati Boringhieri, accattiva il pubblico con la sua elegante e curiosa brillantezza, parlando di Nero Wolfe, nato in Montenegro, grande dandy, capace di unire mondo di raffinatezza all’amore per le salsicce e le pannocchie. Spuega cosa è il dandysmo come l’incarnazione della semplicità affermando: «Non c'è niente di più difficile della semplicità». Si parla anche di Simenon, del suo mondo immerso tra poveri ladruncoli e miseri da lui tanto amati, della predilezione da parte di Maigret della cucina degli umili e del suo sguardo compassionevole verso ultimi e chi commette reati, secondo la regola del non giudicare così decisiva in Simenon, che viene raccontato dal Simenon italiano, Valerio Valeris. Si passa poi al sole di Barcellona con Manuel Vazquez-Montalban, inventore del noir mediterraneo con il commissario Pepe Carvalho, nella Spagna in un clima di rinascita al termine del periodo oscuro del franchismo. A seguire Isabella Ragonese, incarna con voce dal seducente impasto siculo,  alternando pienezza e sussurro, gli episodi scritti per l’occasione da Filippo Nicosia.
 
Alle 18 allo Spasimo Richard Brown svela i segreti del successo della produzione di una serie tv portando come esempi True Detective e alcune immagini in anteprima del backstage di Catch 22, serie che approderà su Sky Atlantic nel 2019.  Brown illustra il ruolo decisivo di produttore e sceneggiatori nella televisione rispetto al cinema, con la figura dello showrunner, lo scrittore presente durante le riprese, che fa da guardiano della bibbia della serie, sorvegliando  l’architettura narrativa e la sua evoluzione. Chiudono il pomeriggio al Teatro Garibaldi Manuel Agnelli, star timida e saturnina, quanto energica e generosa, inseguitissima dai fan, e Tea Falco con lo sfiziosissimo documentario «Ceci n’est pas un cannolo» disponibile su Sky On Demand. Chiude il Festival lo spettacolo dei Deproducers e di Stefano Mancuso sull’intelligenza delle piante nello scenario magico e suggestivo dell’Orto Botanico di Palermo invaso per l’occasione da centinaia di persone rapite dagli intermezzi musicali e dalla passione straordinaria di questo neurobiologo vegetale fuori dal comune. © RIPRODUZIONE RISERVATA