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Il tenore Juan Diego Flórez: «Se il canto è uno sport, Rossini è il Triathlon»

In programma, fino al 21 agosto, due nuove produzioni con l’Orchestra Sinfonica della Rai

Juan Diego Flórez travestito da suora in Le Comte Ory che il 9 agosto inaugura il Rossini Opera Festival
di Simona Antonucci
4 Minuti di Lettura
Lunedì 8 Agosto 2022, 22:04

Vent’anni. In tasca «un visto valido pochi giorni». Destinazione Pesaro, per un piccolo ruolo in Ricciardo e Zoraide, al Rossini Opera Festival. Ma il caso riscrive la storia: si ammala il grande tenore Bruce Ford e il giovane, carismatico cantante sudamericano si ritrova protagonista di Matilde di Shabran. Applausi, recensioni entusiaste... Invece di essere rimpatriato in Perù, Juan Diego Flórez, 49 anni, diventa una star mondiale, una leggendaria voce rossiniana, ospite fisso della rassegna marchigiana che lo ha appena incoronato direttore artistico. E il 9 agosto sarà lui a inaugurare il Rof 2022, come protagonista di Le Comte Ory, ruolo che dominò per la prima volta quasi vent’anni fa proprio qui al festival, prima di diventare un suo cavallo di battaglia nel mondo.

 

In programma, fino al 21 agosto, due nuove produzioni con l’Orchestra Sinfonica della Rai: oltre al Le Comte Ory diretto da Diego Matheuz, Otello, regia di Rosetta Cucchi, dirige Yves Abel, con Eleonora Buratto. E poi la ripresa della Gazzetta, Il viaggio a Reims dell’Accademia Rossiniana “Alberto Zedda”, quattro Concerti lirico-sinfonici, due Concerti di Belcanto, il ritorno di Rossinimania e il Gala celebrativo per i 40 anni di Pier Luigi Pizzi a Pesaro.

Come è cambiato “Le Comte Ory”, dopo 20 anni?

«Il regista Hugo De Ana ha messo su una produzione pazza, spiritosa, piuttosto spinta sessualmente. Io, un rampollo scapestrato, mi travesto continuamente per attentare alle virtù di Adele: un eremita, una pellegrina, una suora... Sembra Teatro dell’Assurdo. Da un punto di vista vocale è un ruolo molto impegnativo, ma mi diverto a sfidare me stesso».

Che cosa rappresenta Rossini nella sua carriera?

«Lo considero il termometro delle mie potenzialità. Oltre alla voce per cantare Rossini ci vuole il fisico. Senza allenamento non si arriva alle colorature. Se il canto è uno sport, Rossini è il Triathlon».

Quindi per gli allievi dell’Accademia, anche palestra?

«Anche. Il legato è essenziale, così come una voce uniforme. Ma una solida formazione tecnica, da sola, non basta: bisogna saper esplodere, con coraggio e passione».

Lei si è calato nei panni di tanti personaggi passionali. Ma sono ancora credibili gli uomini della lirica?

«Fino a che riescono a commuovere certo che sono credibili. L’altra sera ho assistito alle prove di Otello e nonostante lo conosca a memoria, mi sono emozionato».

Ci sono alcuni ruoli che sente più suoi?

«Werther di Massenet. Ma non credo di assomigliare a un uomo che poi si uccide. Alfredo di Traviata mi piace molto. In scena si assomiglia a tutti e a nessuno. Il problema è un altro: hai 2 o 3 ore di tempo per sedurre tutti».

Lei seduce anche con la chitarra in mano: ha rispolverato le canzoni della sua terra e le propone come bis alla fine dei concerti. Una carriera parallela?

«Ho cominciato per gioco ed è ancora un gioco. Anche se mi chiamano per concerti di musica latina, senza neanche un’aria d’opera. Alla Scala, al posto dei bis, una volta ho cantato Bésame mucho e il video è diventato virale. Ho inciso un disco. E mi capita di essere fermato: “ma lei è il cantante di Bésame Mucho?”. Perché no?».

Una carriera parallela sarà quella di direttore artistico. Progetti?

«Essere qui a guidare questa manifestazione, mentre canto in tutto il mondo, ci consente di guardare ancora più lontano. Più recite, collaborazioni con teatri stranieri, tournée. E continueremo il lavoro di ricerca: l’anno prossimo presenteremo la prima esecuzione moderna nell’edizione critica della Fondazione di Eduardo e Cristina. Se i capolavori di Rossini oggi vengono eseguiti in un certo modo è anche grazie alla Fondazione e all’Accademia che forma interpreti di livello. Coltiverò talenti, creando opportunità a ragazzi, che, come me, arrivano qui da ogni Paese».

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