Sidi Larbi Cherkauoi a TorinoDanza: «Dal kung-fu all'opera lirica da Beyoncé a Broadway , mi sento un esploratore del ballo»

Martedì 10 Settembre 2019 di Simona Antonucci

«Fuggire dalle etichette. Essere altrove quando hai gli occhi addosso e vieni giudicato, incasellato. È la mia terapia. Mi curo e mi ricreo così». Sidi Larbi Cherkaoui, origini da hip hopper, futuro nel mondo della fantasia, ha trascorso un’estate “fuggendo” in tournée, tra Londra dove ha firmato le coreografie di “Medusa” nel tempio della classica, con le musiche elettroniche di Olga Wojciechowska, Dublino per il Dance Festival che lo ha visto in duo con la star del ballo tradizionale irlandese Colin Dunne, Monaco come regista dell’Alceste di Gluck al teatro d’opera Bayerische Staatsoper.
 

 

Per arrivare in Italia: domani e dopodomani, 11 e 12 settembre, accenderà i riflettori di TorinoDanza, inaugurando la passerella internazionale, curata da Anna Cremonini, con “Sutra”, spettacolo cult (inserito anche nel cartellone di MiTo), che il coreografo belga-marocchino, 43 anni, dimezzati grazie a uno sguardo incantato e a un incedere da breaker, interpreta assieme ai monaci del Tempio cinese Shaolin, con la collaborazione dello scultore Gormley e le musiche di Brzóska.

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Filosofia orientale e pensiero occidentale, arti marziali e scuola contemporanea per un'opera elegante e geometrica che dà il via a quasi due mesi di appuntamenti, 19 proposte (il titolo della rassegna è “Dance me to the end of Love”), dal brasiliano Bruno Beltrão a alla promessa italiana Simona Bertozzi, dal guru Akram Khan ai ribelli di Peeping Tom, compreso il “bis” di Sidi Larbi che il 19 e il 20 settembre torna per presentare il suo lavoro più recente, l'irlandese “Session”, con Colin Dunne.

Sutra è nato 11 anni fa, gira il mondo da allora e festeggia a Torino la 250esima replica. Per lei che cosa rappresenta?
«Sutra mi ha salvato. Ero stanco dei ballerini, del mondo della danza e delle sue regole rigorose. Stressato da gente che mi stava intorno per dirmi che cosa dovevo fare. E così mi sono rinchiuso nel Tempio Shaolin. Una lunga permanenza, dall’inverno alla primavera, durante la quale, dentro un monastero, mi sono sentito finalmente libero. Sono stato accolto nella comunità dei monaci, ho studiato le arti marziali e ho cominciato a pensare e a montare lo spettacolo. La necessità di dover spiegare ogni passo a dei “non ballerini”, mi ha aiutato a capire che cosa fosse per me il movimento. Da quel momento la mia carriera è cambiata, non ho più smesso di esplorare».

Ha esplorato il flamenco con María Pagés, la classica alla Royal Opera House, la danza indiana con Shantala Shivalingappa, le filosofie orientali e ora il folklore irlandese. Che cosa unisce un visionario come lei e una star della tradizione britannica?

«Session è un lavoro sul suono. E non solo. Colin e io, partendo da mondi lontani, ci siamo ritrovati su una strada comune, che è quella della curiosità, del desiderio di scoprire come da un ritmo possano nascere movimenti gemelli e completamente diversi».

Ed è nato uno spettacolo originale e anche molto divertente. Sul palco, in duo, gli stessi passi che interpretati da corpi e linguaggi distanti moltiplicano le possibilità espressive. C’è sempre un dialogo, almeno nella danza?
«Deve esserci. La nostra è una riflessione sull’ascoltare e sul bisogno di essere ascoltati. Si parte dalla musica scatenata dai tacchi di Colin, si attraversano i suoni di strumenti inusuali come un’antica chitarra indiana e un antenato dei sintetizzatori, il teremin, il violino dell’aria, perfetto per questa nuova esplorazione, e si finisce su un inquietante e dispettoso lettino dell’analista. Abbiamo cominciato nel mistero, da note che andavano tradotte in movimento. E non sapevamo dove saremmo arrivati. Di solito si balla da soli, su uno spartito preesistente. Lavorando su un percorso inverso è venuto fuori di tutto. E anche moto divertimento».

Un’estate in tournée, in attesa di muovere i passi verso Broadway dove è atteso il suo esordio nel musical con “Jagged Little Pill”, musiche di Alanis Morrisette, da novembre. Che cosa può anticipare?
«Il musical è un genere spesso considerato in modo improprio. E invece, nel musical, c’è l’intero universo artistico. Il mio lavoro si basa sulle canzoni di Alanis e sulle storie che evoca. Una famiglia, la facciata che si sgretola e l’inevitabile scelta tra perseguire uno status o guardare in faccia la realtà. Debutto e tour, per non rimanere incastrato nei cliché».

Nato in Belgio, da padre marocchino ha vinto il suo primo premio con una coreografia un po’ africana, un po’ vogueing, molto hip hop, poi il Laurence Olivier Award. E ballando, ha incontrato il mondo: De Keersmaeker, Forsythe, Bausch, Brown, ma anche Beyoncé di cui ha curato il video con Jay-Z al Louvre accanto alla Gioconda. Ma lei che ballerino-coreografo è?
«Tutti questi incontri mi hanno aiutato a capire fino a dove si può arrivare. Un po’ di ognuno di loro è dentro di me. Un patrimonio indivisibile. Ogni persona con cui mi confronto dilata il mio orizzonte e lo rende sempre più lontano. C’è ancora tanto da ballare...». Dance to the End of Love. 

Ultimo aggiornamento: 10:58 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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