Il maestro Chailly presenta l'opera che il 7 dicembre inaugura La Scala: «È vero, Boris Godunov fa paura: mette a nudo il potere»

Il rito milanese quest’anno, dopo le restrizioni, torna alla sua formula tradizionale

Boris Godunov alla Scala dal 7 dicembre, regia di Kasper Holten
di Simona Antonucci
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Lunedì 5 Dicembre 2022, 10:04

«Sogni? Vivo la vigilia dei miei settant’anni. Ho già realizzato molto. Tanti sogni sono diventati vissuto. Ora, inseguo idee, progetti in cui credo. Come il Boris Godunov, l’opera di Musorgskij con cui inauguriamo la stagione della Scala: capolavoro assoluto di un genio della musica che racconta follia e morte». Il maestro Riccardo Chailly, a due mesi da un compleanno importante (il 20 febbraio) e a poche ore da una prima importante (il 7 dicembre sarà il suo nono Sant’Ambrogio) presenta lo spettacolo che prima di debuttare ha già scaldato stampa, social, politici.

 

È il rito milanese che quest’anno, dopo le restrizioni, torna alla sua formula tradizionale, con proiezioni diffuse in tutta la città, cena di gala e contestazioni: legate alla scelta del titolo, un’opera russa, e al taglio dei contributi al teatro dal Comune e dalla Regione. Il 4 l’anteprima per gli under 30 (10 minuti di applausi), il 7 un parterre eccezionale: insieme con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, la premier Meloni e il presidente Mattarella. Eccezionale perché solitamente alla prima sono presenti o il presidente del Consiglio o il Capo dello Stato.
Lei, maestro, come presenta l’opera?
«Come un capolavoro assoluto, da considerare patrimonio dell’umanità. È vero che da nove mesi siamo spettatori di una dolorosa guerra, ma la musica deve godere di libertà assoluta. Nel ‘79, quando ero accanto ad Abbado, vidi nascere la regia di Ljubimov che allora inaugurò La Scala. Mi ricordo lo stupore dei musicisti per un testo così moderno, scabroso, quasi antiestetico. Narrazione profonda e vertici espressionisti, con un Novecento ancora venire».
Che cosa conserva dell’interpretazione di Abbado?
«Segnò un traguardo. La sua trascrizione discografica non si può non conoscere. Il suo pensiero interpretativo è stato innovatore. La modernità di quest’opera è quasi allarmante». 
Modernità allarmante?
«Le armonie si scontrano tra di loro come succede nella metà del Novecento. E Boris è stato scritto molto prima».
Perché è un dramma ancora così potente?

«Lo è sempre stato. Boris è un “habitué delle stagioni scaligere, sin dalla prima italiana del 1909 voluta da Toscanini (ma diretta da Edoardo Vitale), e poi dallo stesso Toscanini, ma anche da Guarnieri, Votto, Gavazzeni e Gergiev. La storia, tratta da Puškin, ambientata tra il 1598 e il 1605, mette a fuoco l’ascesa e la caduta di Boris che diventa zar dopo l’uccisione del bambino erede al trono per poi finire dilaniato dai sensi di colpa. La sua scalata al potere ricorda quella del Macbeth verdiano con cui abbiamo inaugurato la stagione scorsa. Il compositore mette in discussione il potere e ne smaschera la crudeltà. Proponiamo la versione originale, scritta nel 1869, rifiutata dalla commissione del teatro di San Pietroburgo perché troppo rivoluzionaria. Bellezza e innovazione: Musorgskij parla una lingua nuova. Portarlo al 7 dicembre era doveroso». 
Dopo gli spettacoli di Livermore, ci saranno colpi di scena nella regia di Kasper Holten? Il portale del Cremlino ricostruito da stampanti in 3D, una gigantesca carta geografica e le pergamene su un palco cupo e dorato, con momenti horror...
«Nel suo allestimento, tecnicamente molto avanzato, e nelle scene di Es Devlin, sono previsti momenti naturalistici e poi visionari. Abiti che incrociano le mode dell’epoca con quelle contemporanee. La brama del potere appartiene a ogni tempo».
Come si inserisce questo titolo nel suo percorso?
«Punto di arrivo di un viaggio nella musica di Musorgskij che ho iniziato da giovane dirigendo a Firenze e a Bologna la scena della morte del protagonista con un interprete storico come Boris Christoff insieme ai Canti e danze della morte, e che ha avuto un’importante tappa scaligera durante il festival Musorgskij nel 1981 con
La fiera di Soročincy. Boris, oggi, rappresenta una nuova possibilità di rientrare in quel mondo».
Al suo fianco oggi il cantante russo Ildar Abdrazakov, al suo sesto Sant'Ambrogio.
«Stavamo lavorando all’Attila. E proprio lui mi parlò di questa edizione critica del 1996, stampata da Schott, a cura di Levašev. Abdrazakov è un compagno di tante avventure, un interprete eccezionale, senza di lui sarebbe stato impossibile: in questo Boris ci saranno 23 battute mai ascoltate».
Nove inaugurazioni ed è stata già annunciata quella del 2023, il “Don Carlo”. Che cosa ricorda?
«L’Aida, con la regia di Zeffirelli, una delle sue ultime. Il giovane Verdi, Giovanna d’Arco, Attila e Macbeth, alternando titoli stranieri a capolavori di Puccini, un gigante non ancora abbastanza celebrato. Tornando ai sogni, uno c’è: riuscire a concludere il mio percorso pucciniano».

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