Remo Girone in “Zaide” al Teatro dell'Opera: ​«Io, Calvino in persona ricostruisco l’amore incompiuto di Mozart»

Domenica 11 Ottobre 2020 di Simona Antonucci
Remo Girone durante le prove di Zaide

È stato un mese in Russia con Peter Stein in mezzo a “deserti” di neve «per imparare a guardare lontano» prima di un memorabile “Zio Vanja”. Ha condiviso il set hollywoodiano di La legge della notte” con Ben Affleck che «brindava alla salute bevendo il caffé». Ha dato prove di cattiveria assoluta nei panni di Tano Cariddi nella serie cult televisiva La Piovra, ma, «fare l’attore in uno spettacolo musicale, accanto a cantanti e mimi, in un capolavoro di Mozart, no, non mi era capitato mai. Ed è stato incredibile scoprire quanto teatro ci sia in un’opera lirica».

DANIELE GATTI

Remo Girone, 71 anni, nato in Eritrea, ma italianissimo, anzi, romano di Monti, è il signor Calvino in persona, alla corte di un sultano, nella Zaide di Mozart, nell’allestimento firmato da Graham Vick, in scena al Teatro dell’Opera dal 18 al 27 ottobre. Sul podio dell’orchestra del Costanzi, il direttore musicale Daniele Gatti.

 

Girone, innamorato di sua moglie Victoria Zinny da 40 anni, si trova a dover “ricomporre” la storia clandestina di due amanti, Zaide, la giovane fanciulla preferita del sultano, e Gomatz, schiavo cristiano. Un intreccio di letti, religione e potere che lo stesso Mozart lasciò incompiuto. E così è rimasto per secoli fino a che Calvino, nel 1981, non decise di “ritoccarlo”, fantasticando ponti narrativi tra i vari quadri del libretto, rimasti dal 1779 a galleggiare tra note divine.

 

Quindi, non un narratore, ma un attore?

«Assolutamente sì. Io sono Calvino. E l’intreccio più interessante è quello che lega lo scrittore al regista che firma lo spettacolo, Graham Vick. Negli Anni Ottanta, Vick, era in Italia, in un paesino in Toscana, a provare proprio Zaide. Calvino, che aveva una casa lì vicino, s’incuriosì della compagnia di giovani e stravaganti artisti inglesi. E da quell’incontro poco formale nacquero le parole che io porto in scena e che rivelano un Calvino drammaturgo».

 

Si diverte?

«È un lavoro molto particolare, e molto teatrale. Difficile, veramente. Ma emozionante. Su questo palcoscenico work in progress, dove si attraversano varie epoche, la storia d’amore più profonda è quella tra un artista e la musica di Mozart».

 

Un nuovo capitolo del suo lungo e caleidoscopico curriculum. In tanti anni di carriera che cosa non dimenticherà mai?

«Prima di tutto la mia Africa. Non ci torno dal ‘75. Andai via dopo i disordini politici. Quando arrivai in Italia, anche la campagna più selvaggia mi sembrava un giardino domestico, abituato com’ero ai grandi spazi. E quando andai in Russia con Stein per lo “Zio Vanja”, non sapevo come spiegargli che era inutile tenermi lì a fissare l’infinito, rischiando una polmonite. Perché quelle visioni lì, di infinito, io le avevo già dentro».

 

E Ronconi?

«Al Beat ‘72 con “La morte e il diavolo” di Wedekind. Fu un lavoro profondo sulla recitazione che mi sono sempre portato dietro. E poi “Delitto e Castigo” con Yuri Lyubimov: sembra incredibile, ma è quell’esperienza che mi ha illuminato per Tano Cariddi, la follia di sentirsi al di sopra della morale».

 

Si è mai sentito soffocato da quel personaggio?

«Mi ha dato popolarità. E la popolarità è necessaria per un attore. E poi mi sono divertito».

 

Tra una serie tv e una commedia con la Cortellesi, anche un’avventura a Hollywood, nei panni di Enzo Ferrari. Indimenticabile o trascurabile?

«La Cortellesi indimenticabile, è la più brava. Sa fare tutto ed è spiritosissima. A un signore che entrò nei camerini chiedendo consigli per la figlia che voleva l’attrice e diventare famosa, rispose: sua figlia diventa più famosa se fa una rapina in banca... Con il film Le “Mans ‘66 - La grande sfida”, a Hollywood, trascorsi giorni carini. E particolari. In Italia sul set ci conosciamo tutti. Lì ti ritrovi tra premi Oscar e produttori-controllori. Matt Damon simpaticissimo, mi chiamò dopo il film con Ben Affleck. Ogni tanto ci sentiamo, ci aggiorniamo sul Covid».

 

Successi e momenti difficili: un tumore, la depressione. Come ne è uscito?

«Quando mi sono ammalato ho cominciato a pregare. Il Padre Nostro, che mi piace molto. Non sono un gran frequentatore di chiese, ma mi è capitato di conoscere dei preti molto in gamba, nella chiesa sotto a casa a Monti. Parlano di tutto e con tutti. Le porte sempre aperte fino alle 10 di sera. Dalla depressione mi ha tirato fuori mia moglie, mandandomi da Mario Tobino. Che mi tolse tutti gli psicofarmaci e mi disse: non hai nulla, sei solo intossicato da medicine che ti distruggono la personalità».

Sua moglie, un grande amore.

«Sì. Stiamo sempre insieme. E ci piace». 

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