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Peter Brook morto, quando raccontava: «Il regista è uno che racconta storie insieme con gli attori. Come fanno i genitori con i bambini»

Peter Brook, maestro del Novecento scomparso a Parigi
di Simona Antonucci
5 Minuti di Lettura
Domenica 3 Luglio 2022, 15:03

Il bastone che lo aiuta a camminare, con l’impugnatura d’argento, lo agita per spiegare che cosa è il teatro: «Lo allunghi in avanti e smuovi un esercito, lo avvicini a te e attiri l’attenzione, lo fai battere a terra e c’è il silenzio, lo dimeni in aria e scoppia la guerra. La scena non ha bisogno di altro. Gesto e parole. Lo spettacolo prende forma nel momento in cui c’è qualcuno che parla e qualcuno che ascolta». 

Quando Peter Brook, maestro del Novecento morto all'età di 97 anni sabato 2 luglio a Parigi, dove si era stabilito nel 1974, rilasciò questa intervista, a marzo del 2018,  era a Parigi, a poche ore dal debutto di uno degi suoi ultimi spettacoli. Pioniere delle avanguardie che ha rivoluzionato tutto quello che è successo davanti e dietro un sipario, portava in scena nella sala parigina, théâtre des Bouffes du Nord, che ha aveva diretto fino a qualche anno prima, la sua nuova storia, The Prisoner.

«Non sono andato alla ricerca di un’idea - disse - era dentro di me. Veniva da un lontano viaggio in Afghanistan che feci prima dell’invasione sovietica». Doveva diventare un film (molte sue messinscene memorabili, vennero trasferite sullo schermo in piena autonomia espressiva) e poi tirando giù appunti, ripercorrendo i ricordi, con la sua inseparabile e insostituibile coregista Marie-Hélène Estienne, l’illuminazione: una pièce, l’ultima di forse cento o più.

ROMAEUROPA

Dopo la prima parigina lo spettacolo andò in scena a Roma,  per il festival RomaEuropa, cui era molto legato. E Monique Veaute, allora presidente del festival lo ricorda così: «Brook è stato un vero maestro e come tutti i grandi registi, da Kantor a Strehler, ha creato un suo modo diverso, personale di fare teatro, tutto a togliere, con spettacoli spogli e essenziali, puntando sulla parola e soprattutto il lavoro dell'attore. Aveva poi la curiosità di esplorare nuovi mondi, l'India col grande e spettacolare Mahabharata e i testi e artisti africani delle ultime cose. Come uomo era disponibile, capace di adattarsi se capiva che c'erano dei problemi reali, come dimostrò quando venne a RomaEuropa».

A Parigi Brook raccontò l'origine del suo “Prisoner”. «Perché abbiamo aspettato tutto questo tempo non lo so - disse, con gli occhi di un azzurro assoluto incorniciato dall’avorio dei capelli - A un certo punto scatta un’urgenza e le emozioni vogliono venire fuori ed essere trasmesse».

Le luci si accesero su una scena scarna, pochi elementi, pochi colori, sei attori per cercare di sviscerare la ricchezza e la profondità di alcuni temi che accompagnano l’umanità da sempre: il crimine, la pena, la giustizia, il pentimento, la redenzione. Un ragazzo era seduto davanti a una prigione, da giorni e per chissà quanti ancora. Per scelta, per scontare un crimine? Perché non fugge? «È lì per trovare la sua prigione - aggiunse Brook - e dentro di sé cerca la sua guarigione».

Come è nato lo spettacolo?

«Da quel viaggio e dall’incontro con un maestro Sufi, verso Kandahar. Mi raccontò di suo nipote, un ragazzo che se avesse ricevuto tenerezza e non violenza sarebbe potuto diventare una persona speciale. E invece il destino lo condanna. Vede suo padre a letto con sua sorella e lo uccide. Follia, impeto, gelosia verso un padre forte. E verso una sorella probabilmente oggetto delle sue prime attenzioni sessuali».

E come si arriva a questa inedita condanna? Seduto davanti a una prigione e non rinchiuso in una cella?

«Quando arrivai fu come assistere a una tragedia greca. Il maestro Sufi aveva convinto i giudici che questa condanna sarebbe stata più pesante in assoluto. E più utile. Affrontare le proprie colpe attuando un percorso doloroso nella gabbia della propria anima è durissimo. Nelle prigioni invece si peggiora. Ed è assolutamente così anche qui in Europa. Oggi, l’80 per cento dei detenuti non migliora. Anzi, sono molti quelli che diventano terroristi».

Secondo lei è vicenda che ha una qualche attinenza con il nostro modo di vivere e di affrontare crimini e condanne?

«Mettere in scena un testo pensando che sia contemporaneo è un modo stupido di affrontare il teatro. È come ipotizzare di attualizzare Amleto recitando “Essere o non essere” al telefono. La contemporaneità sta... nella pancia. Non c’è da chiedersi se quello che è successo decine di anni fa a quel ragazzo, in mezzo al deserto, può essere riproposto qui. Il teatro è immaginazione».

E il regista chi è?

«Uno che racconta storie insieme con gli attori. Esattamente come gli storytelling africani, orientali. O come fanno i genitori con i bambini. Il mio lavoro Mahabharata non mi ha mai abbandonato. Il teatro deve parlare all’immaginazione. Deve svegliarla, metterla al lavoro. E quando l’immaginazione lavora, è felice».

The prisoner accende il cuore oltre che l’immaginazione sul tema del perdono. Le è mai capitato di doversi far perdonare?

«Si. Certo. Ma non dirò mai perché».

 

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