Massimo Ranieri: «Con Cechov porto in scena le madri di tutti noi»

Giovedì 14 Marzo 2019 di Simona Antonucci
Massimo Ranieri in
«Quando si sta seduti in camerino, prima che il sipario si apra, la testa ti parte. E va al passato. Ai personaggi che stai per mettere in scena, a Cechov, al suo “Gabbiano” alle storie che hanno accompagnato il debutto e l’insuccesso, le relazioni umane e sociali che hanno costruito o demolito il lavoro dell’autore. Lo spettacolo sarà un po’ questo, un flusso interiore molto cinematografico, un lungo flashback che mette a nudo prima di tutto me stesso».

Massimo Ranieri, 68 anni, è già nel ruolo, parla senza interrompersi della sua vita e della pièce che dopo un tour italiano di un mese e mezzo arriva al teatro Quirino il 19 marzo (repliche fino al 31). A dirigere questa riflessione sul Gabbiano (il sottotiolo è “à ma mère”) è Giancarlo Sepe. In scena anche Caterina Vertova, Pino Tufillaro, Federica Stefanelli, Martina Grilli e Francesco Jacopo Provenzano per raccontare l’incontro tra Cechov e un critico musicale cui lo scrittore si rivolge per risalire ai motivi dell’insuccesso: «Tra musica e letteratura è il rapporto con la madre, il motore che spinge le scorribande interiori di tutti i protagonisti.

E lei che cosa ha aggiunto di suo?
«Il rapporto con la mia. Per tutti i figli maschi credo si tratti della figura fondamentale della formazione. L’amore primordiale verso la donna. Che per alcuni si trasforma in una bastonata, come per Kostja».

E lei ha preso bastonate?
«L’amore che mamma avrebbe dovuto dare a me, l’ha dovuto dividere per otto. Quando mangi in due ti senti gonfio, quando dividi un pezzo di pane in otto hai sempre fame. Comunque è stata sempre presente, fino a quando è morta, tre anni fa».

Un ricordo?
«Le sue telefonate. Hai mangiato? Mi chiedeva. E io: sì, gli spaghetti, una fettina di carne, l’insalata. E lei: ma la carne era abbastanza? La carne, ora si evita, ma da ragazzini chi ce l’aveva».

Ha venduto 15 milioni di dischi, ha lavorato con Orietta Berti e Strehler, con De Sica e la Magnani. E ha fatto persino l’equilibrista in Barnum. Che cosa le ha dato quell’esperienza?
«Per imparare a camminare sulla corda ho studiato 8 ore al giorno per almeno tre mesi. Ma l’emozione più forte è stata vivere in un circo, quello Orfei, un’umanità indimenticabile».

In alcune imitazioni televisive, la ritraggono come una sorta di superman che mentre canta fa i piegamenti, esercizi per gli addominali: è molto attento alla sua forma fisica?
«Ho imparato a rispettare il mio corpo durante la preparazione del musical “Il campione” dedicato al pugile leggendario Marcel Cerdan. Sono stato 8 mesi in palestra. Da allora ho il mio sacco in terrazza e quando posso mi alleno».

Lei canta, balla, recita, firma regia: qual è la prossima sfida?
«Uno spettacolo di mimo».

Oltre se stesso chi pensa di dover ringraziare per una carriera così ricca?
«Napoli che mi ha dato i natali». 
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