Martone: «Il passato va ricaricato, ricordare è rivoluzionario»

Domenica 31 Marzo 2019 di Simona Antonucci
Una scena di Tango glaciale reloaded di Martone

«Il passato non puoi perderlo, né rimpiangerlo. Devi ricaricarlo. Perché guardare indietro, alle nostre radici, ti dà il coraggio per affrontare il futuro». Mario Martone ha tirato fuori dal passato il suo “Tango Glaciale”, lo ha “ricaricato”, e messo in scena “reloaded” dopo quasi quarant’anni: lo spettacolo-manifesto, dopo un’anteprima al teatro Vascello, dal 25 al 28 ottobre scorsi per il Festival RomaEuropa, torna ora al teatro India dal 5 al 14 aprile.
 

 

Era il 1982 quando a Napoli ci fu il debutto di un evento indefinibile, tra teatro, danza, musica rock, approccio pop, contenuti colti. A dar vita a uno dei primi spettacoli multimediali, oltre a Martone alla regia, Andrea Renzi, Tomas Arana e Licia Maglietta, membri della Compagnia Falso Movimento.

Ora torna con un nuovo cast: Jozef Gjura, Giulia Odetto, Filippo Porro. «Ho lavorato al Teatro Nest nelle periferie di Napoli con giovani in trincea, proprio come eravamo noi».

Non teme l’effetto “naftalina”?
«Una paura che ho superato da anni. Quanti miei lavori guardano al passato? “Il Giovane favoloso”, “Noi Credevamo”, ma anche l’ultimo “Capri-Revolution”. Più che operazioni “nostalgia” o naftalina, io le considero operazioni di coraggio. Non si può fare terra bruciata. Ricordare è fondamentale. E in alcuni momenti, diventa un atto rivoluzionario».

L’eredità degli anni Ottanta?
«Fu un periodo vitale e tragico. La creatività esplodeva insieme con il piombo. Anni duri, certo, ma tante delle conquiste di cui oggi tutti godono sono frutto proprio di quella spinta. “Tango Glaciale” fu un’espressione piena di quei tempi. L’illusione era il motore di una totale libertà espressiva che si appropriava di nuovi linguaggi e di nuove tecnologie. In scena venivano utilizzate diapositive, filmati girati in Super8. Per ricostruirlo c’è voluto una lunga ricerca d’archivio e un attento intervento di restauro».

Ma è come allora?
«L’impianto è lo stesso. Una casa attraversata di scena in scena. Con la possibilità, grazie alle proiezioni, di molte altre visioni».

Ha ancora un valore l’espressione “avanguardia teatrale”?
«Uno spettacolo, un’opera in generale è d’avanguardia se riesce a parlare al contemporaneo. Ed è viva, o ancora viva, se riguarda la vita. Tango Glaciale guardava alla danza contemporanea ed era espressione di un lavoro multidisciplinare in cui la tecnologia era elemento narrativo. Un approccio che si è consolidato e sviluppato senza interruzione, fino a oggi».

Tango Glaciale Reloaded è soltanto una delle tappe di un cammino a ritroso che l’ha impegnata in questi ultimi tempi. Un bisogno interiore, oltre che artistico?

«Ho cominciato con la mostra al Madre di Napoli, ho selezionato ore di filmati e li ho rimontati in un flusso tra archivio e performance. Avevo desiderio di guardare me stesso, perdendomi un po’ nel labirinto della memoria. E la cosa che mi ha commosso di più sono stati i ragazzi di oggi che si sono ritrovati nei ragazzi di ieri. E hanno riconosciuto la vitalità di quasi quarant’anni fa come qualcosa che pulsa ancora. Napoli ha i suoi problemi, ma quanto a creatività artistica è imbattibile». 

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