Il maestro Luisi al Maggio con Wagner: «La musica è il profumo della mia vita»

Sabato 12 Gennaio 2019 di Simona Antonucci
Una scena dell'Olandese Volante in scena al Maggio Fiorentino fino al 17 gennaio

«La musica, e così i profumi, oltrepassano l’intelletto, vanno a esplodere dritti al centro della testa. E accendono piacere, ricordi, emozione». Fabio Luisi, direttore musicale del Maggio, genovese, 60 anni tra pochi giorni, ha appena festeggiato la sua prima italiana dell’Olandese Volante e parla con passione e trasporto come se stesse ancora sul podio a dirigere il capolavoro in scena al teatro fiorentino.
 

 

E' pacato ed elegante, anche durante la maratona che lo vede protagonista tra Wagner (repliche fino al 17 gennaio) e Brahms (il 12): «Il frac è una divisa d’obbligo, soprattutto ci sto comodissimo», spiega. E, nonostante venga definito un Maestro riservato e spesso di poche parole è disponibile a condividere racconti e sensazioni, progetti e passioni. Quella per la musica, naturalmente, ma anche quella per le essenze di cui conosce segreti e proprietà: ha seguito un corso a New York di un autorevole specialista in scuola olfattiva e si mantiene in allenamento interrogando gocce distillate su striscioline di carta perché «la profumeria, prima di tutto è memoria».

Ha definito l’Olandese Volante una favola per adulti.
«La storia di un uomo senza speranze. L’unica, l’ultima, la ripone nella fedeltà di una donna. Pensa di averla persa e invece la ritrova nel sacrificio finale».

Lei è sposato con una violinista e fotografa tedesca con cui ha costruito una numerosa famiglia: amore e fedeltà sono parole che le provocano emozione?
«Sono i temi che ci occupano la vita di tutti i giorni, chi è che non cerca amore?».

L’allestimento del regista Paul Curran, con le scene di Saverio Santoliquido, traduce il mare, il Vascello, i fantasmi in immagini video che scorrono durante i tre atti, ambientati nei primi decenni dello scorso secolo. Quali suggestioni avete cercato?
«Un lavoro molto poetico, senza orpelli, non innovativo, che non vuole dire nulla in più di quanto non dica già la musica: una scelta piuttosto tradizionale, anche se oggi tradizionale è un termine pericoloso».

Il Maggio propone in repertorio due opere dal finale rivoluzionato, con la Carmen che spara e la Traviata che non muore. Scelte non “tradizionali”.
«Riduttivo definirli finali rivoluzionati. Sono stati analizzati diversi risvolti di una storia. Come se la si guardasse da un altro punto di vista. Come se la favola di Cappuccetto Rosso la raccontasse il Lupo».

Lei è direttore designato della Dallas Symphony, direttore generale dell’orchestra musicale di Zurigo, direttore principale della Danish Symphony, direttore musicale del Festival della Valle d’Itria e ora, al Maggio, per la prima volta direttore musicale di un teatro italiano: quali obbiettivi per il Maggio?
«Tante idee, abbiamo cominciato a lavorare da poco. Vorrei che il Maggio riacquistasse la sua identità innovativa, quella storica, legata al Festival. L’ultima edizione è stata inaugurata da “Cardillac” di Paul Hindemith e la prossima vedrà un’altra opera contemporanea “Lear” di Aribert Reimann. Un segno forte».

Dalla Scala al Covent Garden, dalla Concertgebouw Orkest ai Wiener alla Nhk Orchestra di Tokyo: girando il mondo in orchestra, pensa che la scuola italiana sia ancora riconoscibile?
«Certo, la scuola del legato, del cantabile, della dolcezza. Va nutrita».

Lei passa per uno dei Maestri più eleganti: ci tiene all’abito?
«Il frac onora la tradizione ed è assolutamente comodo, fresco. E aggiungerei che fa sembrare le persone più alte. Durante le prove rinuncio alla cravatta soltanto in estate. Una questione di rispetto».

Tra i vari incarichi, è stato direttore principale della Metropolitan Opera: l’unico italiano dopo Toscanini. Quale segno ha lasciato a New York?
«Ho provato a introdurre uno sguardo musicale diverso. Una certa trasparenza, un’attenzione alle dinamiche. Insomma, a ipotizzare un’orchestra meno “americana”».

“Americana”?
«Adoro le orchestra americane, mente aperta, non conoscono problemi tecnici. L’approccio però tende a essere superficiale».

L’arrivo al Met subito dopo Levine, maestro in seguito coinvolto in uno scandalo di molestie e abusi. Quale ambiente ha incontrato?
«Il caso che ha coinvolto Levine è scoppiato quando io ero già andato via. Ma il problema degli abusi ha fatto il giro deò mondo. In assoluto, e tenendo fuori, violenza, stupro e vicende giudiziarie, credo che sia molto difficile stabilire da quale momento un comportamento diventi inappropriato. Va comunque condannato ogni tipo di sopruso. Il movimento #MeToo è stato fondamentale perché ha dato un microfono alle donne e ha contribuito a rivedere i rapporti umani».

Anche sua moglie ha raccontato di essere stata protagonista di un episodio sgradevole con il direttore Dutoit, anche lui coinvolto da uno scandalo.
«Era una giovane violinista, venne aiutata da un collega dell’orchestra svizzera, prima che la situazione precipitasse».

Dopo tanti casi, sono un po’ cambiati i rapporti tra colleghi?
«Non faccio complimenti, evito commenti di ogni tipo. Se alla fine di un’esibizione siamo emozionati per gli applausi, può succedere che ci si abbracci, uomini, donne, in modo affettuoso, inequivocabile».

Oltre alla musica, lei ama i profumi. E me produce alcune preziose boccette. Qual è il profumo della sua vita?
«Vétiver di Guerlain. Il primo, che comprai con la paghetta a 15 anni. Da qual giorno ho alimentato la passione, studiando, facendo ricerche, esperimenti. Scoperte, tra cui l’aromaterapia. L’olio di lavanda guarisce tutto».

Che cosa hanno in comune naso e orecchie, fragranze e melodie?
«Che non hanno nulla a che vedere con l’intelletto».

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