Livermore a Siracusa: «La mia Elena, burattinaia della memoria»

Sabato 13 Aprile 2019 di Simona Antonucci
Il regista Davide Livermore
 Elena di Troia, una fanciulla innocente. Rubacuori e guerrafondaia? Macché, con Paride non era lei, ma un ologramma. Immersa in una piscina grande come un mare, dove si consuma un naufragio della memoria, convinta della nuova identità che le ha regalato Euripide, Elena racconta con disarmante leggerezza la sua “paranormale” verità. E spiega come sono andate le cose: “Hera plasmando l’aria creò un’immagine con le mie fattezze e la mise al mio posto”.

«E’ una donna straordinaria, una burattinaia dei ricordi, che capovolge il passato ridendo di sé», spiega il regista Davide Livermore, 52 anni, torinese, che, dopo aver conquistato la Scala con il suo
Attila per l’ultima inaugurazione di stagione, firma ora la regia di Elena di Euripide e il suo debutto al Teatro Greco di Siracusa, in cartellone per l’Istituto Nazionale del dramma antico, dal 9 maggio al 22 giugno, con Laura Marinoni, protagonista.

Tra Iliade ed Euripide, chi è la sua Elena?
«Una donna che dice: avete presente il casino che si è scatenato per me, la guerra di Troia? Beh, non ero io. Quella lì era una replicante, una nuvola, un fantasma. La scrittura di Euripide è immensa, con un colpo di “genio drammaturgico sbriciola il mito e teorizza la rimozione, come strumento legittimo per ripensare la propria vita: Elena è il genio creativo che abita dentro di noi e che per sopravvivere ti aiuta a inventare e... mentire».

Lo spettacolo è ambientato in una Londra pre vittoriana. Perché?
«A Londra, al British Museum c’è più Grecia che ad Atene. E poi gli spettacoli non sono documentari storici. Volevo ricreare un atmosfera neoclassica, periodo in cui l’Occidente si riappropria della cultura antica».

Non c’è il British Museum, ma un’immensa piscina.
«L’acqua è il luogo della nascita e della morte, dove galleggiano i frammenti della memoria. E dove Elena, una romantica donna inglese, con molto glamour, reinventa se stessa».

Ha ritoccato il testo?

«Guai. Se un regista taglia anche una sola parola per paura di annoiare, vuol dire che non sta facendo bene il suo lavoro. Euripide va restituito nella sua grandezza. Detesto certe furbate».

Uno spettacolo in cui la musica avrà un ruolo centrale. In che modo?
«Tutto il palcoscenico sarà uno strumento musicale, attivato dai piedi, dall’acqua. Effetti abbastanza unici. Andrea Chenna, straordinario mago del suono, interverrà anche sulle voci. Una sorpresa».

Dopo tanti anni sui palcoscenici, il Teatro Greco con la sua platea da 5 mila spettatori, le dà un’emozione particolare?
«Brividi e orgoglio. Non ne esistono al mondo molti posti così. Una meraviglia italiana come le chiese del Duecento dove i ragazzi giocano a pallone o le piazze rinascimentali dove le coppie si baciano. Se solo avessimo più coscienza di quello che siamo, forse i politici starebbero più attenti a imbruttire la società».

Che cosa ricorda del 7 dicembre alla Scala?
«Un’occasione straordinaria. La Scala è un mito, con musicisti e maestranze, dai tecnici ai sarti, unici. L’inaugurazione dà visibilità a tutti e in tutto il mondo. Non vorrei mai più sentir dire che con la cultura non si mangia».

Prima di fare il regista è stato ballerino, light designer e cantante: una marcia in più?

«I cantanti con me si sentono protetti. Sanno che non gli chiederò mai di prendere un do o un si bemolle in condizioni estreme. Molti registi dimenticano che la gente paga il biglietto soprattutto per sentire la musica».

Eppure è spesso la regia a fare “notizia”: si ricorda il trambusto in sala per il suo Barbiere al Teatro dell’Opera di Roma?

«Se ci penso mi tremano i polsi. I fischi arrivarono nell’ouverture, quando scorrevano immagini dei dittatori della storia, cui veniva fatta la barba e in alcuni casi tagliata la testa. Risentimento per il trattamento riservato a Mussolini... Ma si ricordano chi era? Una serata significativa e indimenticabile».

Lei lavora molto in Oriente, dopo Lakmé, tornerà a Muscat per un Flauto magico?
«Sarà molto omanita, forze locali, star internazionali e bambini del sultanato. A Muscat, la Royal Opera House è grande come la Moschea e per loro rappresenta un ponte per incontrare altre culture, per aprirsi al mondo. Io detesto il colonialismo e non vado nei Paesi arabi a costruire astronavi, ma sono entusiasta di partecipare alla loro sfida». 
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