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Il tenore Grigolo: «Va' pensiero o Traviata, anche la lirica dal balcone»

Mercoledì 18 Marzo 2020 di Simona Antonucci
Il tenore Vittorio Grigolo

«Quando un neonato strilla, strilla. E non è che il giorno dopo non ha più voce. Strilla di nuovo. Perché per lui è fondamentale. Come quando qualcuno vi fa uno sgarbo in auto. Il diaframma, per mandare il pirata a quel paese, funziona. Perché è indispensabile. Quindi, niente paura. Alla finestra, nei vostri flashmob romani, cantate pensando che sia un atto necessario per voi e per la vostra città. E vedrete che melodie riuscirete a tirare fuori». Vittorio Grigolo, tenore mondiale, è a Kiev, chiuso in casa, lontano da casa. «Ero venuto qui per fare un master al conservatorio. E ci sono dovuto restare. La mia compagna è nata in questa città, aspettiamo un bambino, e quindi ci siamo messi l’anima in pace. Torneremo in Italia quando sarà possibile».

Cantante lirico, popolarissimo, tra i coach di Amici nella precedente edizione, ha “debuttato” a quattro anni, spalancando il diaframma in uno studio dentistico.
«Aprendo bocca e dandogli fiato. Appena arrivato a Roma da Arezzo dove sono nato, mentre aspettavamo il turno, sento qualcuno nella stanza accanto che intona un’aria e gli vado dietro. Nessuno sapeva che potessi cantare così, forse neanche io. Invece... E quindi, ripeto, provateci. Questi giorni di clausura dedicateli alla musica, il canto serve a star meglio».

La Cappella Sistina l’adotta all’istante e a 17 anni nei panni del pastorello di Tosca esordisce al Teatro dell’Opera di Roma, condividendo la scena con Luciano Pavarotti. Poi una carriera in un tutto il mondo. Ma a Roma quando torna?
«Presto. Speriamo. Con il Teatro dell’Opera avevamo avviato un progetto. Ancora in piedi. Dovrei cantare Tosca, o Un ballo in maschera. Un sogno. Speriamo che si riesca a ripartire presto. C’è una crisi profonda. Ma è alla cultura che ci si aggrappa in questi momenti. La lirica, in particolare, è nostra, è la nostra carta d’identità all’estero. I giornali stranieri oltre a scrivere di coronavirus, fanno reportage sugli italiani che cantano le loro opere dal balcone. Se i teatri ora sono chiusi, facciamo sopravvivere la lirica dalle finestre».

Dia un consiglio.
«Non soltanto Va’ Pensiero o Fratelli d’Italia, sono tante le arie che possono intonare tutti. Figaro, la Marcia trionfale dell’Aida... Ma anche le canzoni napoletane... tarantelle storiche. I nostri nonni come facevano? Non erano tutti Big Luciano... Eppure le opere le sapevano a memoria. E la lirica era popolare».

Regali ai lettori una canzone per diverse situazioni. Una ninna nanna?
«Quel passaggio della Manon Lescaut di Massenet, quando dice... chiudendo gli occhi... Ma prima di andare a dormire c’è un lungo giorno da trascorrere. E quindi Libiamo ne’ lieti calici, dalla Traviata, così dopo un paio di bicchieri di vino si sta meglio e la voce è più libera».

Per tener vivo un amore al telefono?
«Una serenata virtuale? Che gelida manina, dalla Bohème, fa sempre il suo effetto. Ma per questo periodo la più adatta è Turandot... Tu pure principessa, nella tua fredda stanza guardi le stelle che tremano d’amore e di speranza».

E per superare il vuoto della lontananza?
«Il catalogo di Leporello del Don Giovanni di Mozart. Per sognare tutte le altre».

Lei ha pensato di attivare un social per regalare il suo canto?
«Poco prima della chiusura totale, qui a Kiev, stavo selezionando dei ragazzi del Conservatorio, quelli a cui ho fatto lezione, per fare qualcosa del genere, lanciando magari nuove voci. Ora è impossibile con loro. Se riesco a trovare il modo, magari m’invento un buongiorno online. Vediamo. Intanto ho scritto una poesia che poi trasformerò in canzone».

Legga.
«La parte finale... Amore è capire in fondo che siete tutti parte di me, dall’amico al passante al giornalaio. Senza telefono ma con mano tesa direi: ci sono anche io con te in quest’impresa... Ne usciremo abbracciati e forse per la prima volta dopo tanto tempo amati. Grazie Italia». 

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