Il soprano Jessica Pratt: «La mia vita sembra scritta da Rossini»

Giovedì 8 Agosto 2019 di Simona Antonucci
Jessica Pratt in Demetrio e Polibio al Rossini Opera Festival dal 12 al 23 agosto

 Per mantenersi agli studi, a Roma, dormiva sul divano delle amiche (quando andava bene) o in una roulotte (ma arrivarono i ladri e dovette scappare). Pur di ascoltare le voci delle sue eroine, non potendosi permettere il biglietto, Jessica Pratt, oggi quarantenne regina del belcanto, passeggiava nei foyer dei teatri, con un bicchiere in mano, mascherata da “spettatrice con champagne”.

 

Bionda, occhi azzurri, talentuosa, spiritosa, dopo aver “barrato” due proposte di matrimonio per non rinunciare alla sua passione per la lirica, ha poi trovato l’amore su una chat. E in questi giorni, a Pesaro, dove è impegnata nelle prove di Demetrio e Polibio, il soprano anglo-australiano che in 12 anni ha cantato in 120 produzioni, 70 città di 16 diversi Paesi, festeggia il suo primo anno di matrimonio. E la sua quinta partecipazione al Rossini Opera Festival.

Una storia che potrebbe scrivere uno dei compositori del suo repertorio, Rossini, Donizetti, Bellini...
«Bellini, preferirei di no, perché le sue donne sono tormentatissime. Dopo ogni recita di Sonnambula sto male. Donizetti, neanche: le trame sono sempre struggenti. La mia vita la affiderei a Rossini, perché, a prescindere dal finale, i suoi personaggi riescono sempre a sfogarsi, in qualche modo a vincere. E adoro le sue trovate rocambolesche».

Lei interpreta Lisinga nel “Demetrio e Polibio”, uno dei tre titoli del Festival, in scena a Pesaro dal 12 al 23 agosto. È la prima opera di Rossini. Quali particolarità ha?
«In Demetrio, Rossini ancora non sa scrivere per le voci. Infatti è un’opera molto faticosa. Sembra pensata per un pianoforte e non per uno “strumento a fiato”. Ma è emozionante interpretarla perché mentre canti godi del genio che verrà: ha ancora un forte sapore di Mozart, ma apre una finestra sul domani».

Una vicenda complicatissima.
«Il regista Davide Livermore ha fatto un lavoro interessante: ha trasformato tutto in un sogno con dei “fantasmi”, noi, che si risvegliano quando il teatro chiude. In questa dimensione nulla sembra complicato».

Nel suo repertorio ci sono tredici ruoli rossiniani. Un’unione per la vita?
«Con Rossini mi sento a casa. Una musica che si canta così bene. Sana per la voce. Verdi era straordinario per la drammaturgia. Rossini era capace di prendere un’emozione e tenerla per venti minuti».

Sono quaranta le produzioni di Donizetti alle quali ha preso parte: lo preferisce a Rossini?
«Donizetti ha lasciato un repertorio vastissimo. Mi piace scoprire».

Lei è una specialista del belcanto e della musica barocca: non si sente mai in “gabbia”?
«No, fortunata di cantare la musica che amo di più».

Australiana come il leggendario soprano Joan Sutherland. Similitudini?
«Entrambe ci siamo costruite da sole. Lei è stata una diva, ma non si è mai comportata sopra le righe. Nel nostro Paese siamo abituate a restare sempre con i piedi per terra».

Il festival è dedicato oltre che al musicologo Bruno Cagli, appena scomparso, al soprano Montserrat Caballé, morta lo scorso ottobre: la sua lezione?
«Il suo incredibile pianissimo che molti cantanti oggi non fanno».

Caballé aveva una figura imponente. Oggi alle cantanti viene chiesto un altro phisique du rôle. È d’accordo?
«No. Lo trovo assurdo. Ci sentiamo ripetere: “Se sei sovrappeso non lavori”. E così i teatri si sono riempiti di “modelle” che non cantano. Essere in forma è fondamentale, anche perché bisogna essere credibili nei vari ruoli e in grado di assecondare le esigenze dei registi. Ma c’è un limite. E siamo oltre. La cosa assurda è che da una parte ci costringono a salire sulla bilancia e dall’altra si domandano come mai di Pavarotti o di Caballé non ne esistono più». 

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