Il Maestro Gatti presenta il nuovo film opera del Costanzi: «Il riscatto di Traviata in prima serata tv»

Il Maestro Daniele Gatti
di Simona Antonucci
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Martedì 9 Febbraio 2021, 12:04 - Ultimo aggiornamento: 17 Febbraio, 17:21

«Una donna che sogna di diventare moglie e madre. Ma viene rigettata da una società ipocrita che la giudica indegna, sostituendosi a Dio. È una mantenuta, sì, però non le è concesso mantenere il suo uomo. E se scopre la gioia di essere amata, amando, i salotti non le consentono di redimersi». Il maestro Daniele Gatti delinea colori, suoni e voce della sua Traviata, protagonista del nuovo film del Teatro dell’Opera di Roma, coprodotto con Rai Cultura, in onda su Rai3 in aprilei.

Barbiere di Siviglia

Dopo il successo della produzione cinematografica del Barbiere di Siviglia che a dicembre ha inaugurato la stagione, la squadra si ricompone per un nuovo allestimento girato al Costanzi e diretto al pubblico di un canale generalista. La regia è ancora di Mario Martone che stavolta non riprenderà una sala vuota, ma allestirà dei set nei vari spazi del teatro: la platea, senza poltrone, con il suo monumentale lampadario a dare spettacolo durante i balli, i salotti per gli incontri amorosi, e Caracalla per un esterno: tutto farà cinema.

Lisette Oropesa

Costumi d’epoca, ricami e veli per il soprano Lisette Oropesa che è Violetta Valéry. Saimir Pirgu è Alfredo Germont e Roberto Frontali è Giorgio Germont. Sul podio, il direttore musicale del Teatro, Daniele Gatti, milanese, 59 anni, che continua, in questa quarta produzione Covid del Costanzi, a sperimentare i nuovi linguaggi del teatro musicale.

Dopo averla vista nel Barbiere in moto e con il termometro, ci sarà un colpo di scena anche in “Traviata”?

«Lavoriamo in presa diretta, con l’orchestra in buca. Ma grazie ai monitor possiamo spostare lo spettacolo in altre sale. E così ho riorchestrato una parte della festa a casa di Violetta, senza banda, ma con pianoforte violini e flauti».

Che donna è la sua Violetta televisiva?

«La donna che ha immaginato Verdi: un tumore che cresce dentro la famiglia Germont, da estirpare. Con Traviata, non compone una storia d’amore. Ma un manifesto sociale, è il suo J’accuse. Ed è con sofisticate scelte musicali, da quelle del ballo a quelle del brindisi, su cui incombono note scure, che costruisce il ritratto di una persona, forse una semianalfabeta, ma pura nell’animo, che viene sacrificata sull’altare del denaro».

Dopo il “Rigoletto” al Circo Massimo, un nuovo confronto con Verdi: perché Traviata?

«Andremo in tv e in prima serata. E abbiamo deciso di continuare con un titolo popolare la nostra ricerca sulla drammaturgia del compositore. Anche se il lavoro che stiamo imbastendo con Martone è tutto meno che popolare. Aldilà delle pagine immortali sull’amore, indaghiamo gli abusi della società di allora e di oggi. Al punto che la passione di Violetta diventa la sua condanna».

E Verdi chi condanna?

«La Parigi permissiva, ma grondante di pregiudizi. Che consente a un uomo di avere una mantenuta e ostentarla come una Ferrari. Ma non permette a una prostituta di amare. I cantanti che partecipano alle feste dell’alta società avranno toni poco empatici. Quello di Alfredo sarà un canto più generoso, di spessore. Ma è Germont, il padre, la figura su cui si addensa il cinismo che Verdi accusa».

Il vecchio Germont: alcune interpretazioni lo perdonano, altre no. Lei?

«Verdi con lui è duro. Tranne che nella scena finale. Non a caso per la sua romanza Di Provenza il mar, il suol... quando il padre dovrebbe raccogliere il pianto del figlio, Verdi sceglie un vecchio stile, belliniano, per rimarcare tutta la polvere della società da cui proviene. Quest’opera arriva in un momento particolare della vita di Verdi. E quanto a pregiudizi ha qualcosa da dire».

Per le sue vicende sentimentali?

«Verdi scrive quest’opera a Sant’Agata dove si rifugia con Giuseppina Strepponi. Aveva già vissuto con il soprano a Parigi. Ma è con l’arrivo a Busseto che i pettegolezzi diventano incalzanti. La lettera che riceve dal suocero è andata dispersa. Ma la sua risposta è stata conservata ed è illuminante. Inizia così: non avrei mai voluto scrivere questa lettera...».

Tutto questo come si trasforma in un film?

«Accompagneremo gli spettatori accanto ai personaggi. Con Martone c’è un’intesa totale. Le telecamere affonderanno nei loro animi. Non sarà una Traviata di brindisi e merletti, ma restituirà a Verdi la sua potenza drammaturgica. Il nostro Manifesto». 

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