ROMA

Brachetti, il trasformista «Io, un folletto senza età»

Giovedì 16 Gennaio 2020 di Katia Ippaso

Di Arturo Brachetti ce ne sono almeno due. Il primo è un uomo di 62 anni che vive in una dependance di Palazzo Reale, a Torino. A casa sua, ci sono tanti cimeli, schermi, sipari e oggetti delle meraviglie che gli amici ci vanno a passare le vacanze. Questo signore ha comprato un televisore solo 4 anni fa, il che vuol dire che per 58 anni ha vissuto senza il piccolo schermo. Il secondo è un folletto senza età che in 90 minuti di spettacolo si trasforma in 60 personaggi diversi: un essere metamorfico, sottile, quasi disincarnato, che si muove alla velocità della luce. Il primo Brachetti è riservato, aristocratico, innamorato del passato. Il secondo è lanciato nel futuro ed è capace di far funzionare una macchina da guerra spettacolare con tanto di laser, videomapping e sand painting (pittura su sabbia).
 

DUE VERSIONI
Il primo Brachetti ogni tanto si ribella al secondo e, in mezzo a tante diavolerie tecnologiche, piazza in scena, all'insaputa dell'altro, l'antichissimo metodo delle ombre cinesi, che ha imparato a usare da bambino. L'ombra è, d'altro canto, la dimensione che mette d'accordo entrambi. «Anche se io in scena voglio volare, lei mi segue dappertutto. È l'ombra che mi tira verso terra. Alla fine dello spettacolo però facciamo la pace», ci dice l'artista torinese, fino al 19 gennaio al Teatro Sistina con SOLO, The Legend of quick-change. Brachetti entra in scena con una casa-giocattolo tutta illuminata. Una casa dalle infinite porte, che il trasformista apre una ad una, svelando il mistero di mondi fantasmagorici. «C'è la stanza dell'infanzia da cui appaiono tutti i personaggi delle fiabe. Nella stanza della Musica ci vive tantissima gente: Pavarotti, Madonna, Michael Jackson, Freddie Mercury. Una porta apre alla cucina, dove si possono incontrare alcune figure di Matrimonio all'italiana. Nel solaio, ciascuno può vederci quello che vuole».

Se deve ricordare la sua casa dell'infanzia, le luci si abbassano su scenari più realistici: «Mio nonno era un operaio della Fiat, mio padre impiegato. La casa in cui vivevamo era piccola e buia. Era una Torino grigia. Nei miei ricordi, è come una periferia di Chernobyl», continua Brachetti. «Sono un eterno Peter Pan, ma nel lavoro sono spietato. Perfezionismo e velocità sono i miei pilastri. Mi rendo conto che è anche difficile starmi dietro». Pur avendo assunto migliaia di sembianze diverse, e nonostante la ricchezza prismatica della sua vita artistica, Brachetti ha un desiderio che confessa solo a questo punto del tempo. «Vorrei assumere un'altra identità, non in teatro, ma al cinema. Marilyn Monroe è per sempre. Tutti possono ancora vederla grazie ai film. Io invece faccio un mestiere le cui tracce svaniscono ogni sera».

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