Romulus, tra storia e leggenda prima della fondazione di Roma. Rovere: «Il mondo antico non è patinato»

Romulus, tra storia e leggenda prima della fondazione di Roma. Rovere: «Il mondo antico non è patinato»
di Paolo Travisi
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Mercoledì 4 Novembre 2020, 15:08

Shout dei Tears for Fears, in una personalissima versione cantata da Elisa, introduce lo spettatore alla visione di Romulus, la serie ideata da Matteo Rovere, dal 6 novembre su Sky e in streaming su Now Tv. Dieci episodi che raccontano il Lazio antico, popolato da trenta popoli e trenta re, in lotta per il potere, il territorio, la fame e sottomessi al volere degli Dei.

Romulus - prodotto da Sky, Cattleya, parte di ITV Studios e Groenlandia - nasce da un'idea coraggiosa, quella di raccontare, tra storia e mito, l'epoca precedente alla fondazione di Roma, che già Rovere aveva trasformato nel film, Il primo re con Alessandro Borghi e che qui invece racconta insieme ad altri due registi, Michele Alhaique ed Enrico Maria Artale, (scritta da Filippo Gravino, Guido Iuculano e Matteo Rovere) scegliendo però lo stesso linguaggio: il protolatino, lingua arcaica e misconosciuta per andare indietro all'VIII secolo, quando la città di Alba Longa, costituiva il nucleo primitivo da cui partirono gli avi di Romolo e Remo. 

 

«Nel film Il primo re, era protagonista la leggenda, Romulus invece è sulla genesi di quella leggenda, sugli scontri delle tribù latine. E' un periodo storico che mi affascina molto, ed avevo pensato alla serie già prima del film Il primo re, perché credo che sia un elemento di tutti quei racconti sul nostro paese che devono rimanere, ma anche comunicare all'estero. La serie, tra l'altro è anche prodotta da un player inglese, questo significa che ha già una distribuzione internazionale» ha sottolineato l'ideatore Matteo Rovere, nell'intervista su Zoom «lo spettatore sia italiano che internazionale è abituato a vedere un mondo antico sempre molto patinato, pulito, con personaggi bellissimi che non hanno molto in comune con il tempo passato».

Infatti in Romulus, s'insiste molto sul realismo, attraverso una rappresentazione scenica, dove ai teatri di posa, si sono preferite location esterne, anche impervie o difficili in cui girare, come racconta anche un altro dei registi della serie Enrico Maria Artale: «abbiamo sempre cercato di restare nel vero. Infatti molti di questi luoghi, hanno avuto una connotazione storica, come la solfatara di Pomezia, già citata da Virgilio, oppure alcune grotte dove abbiamo girato a 700 metri di profondità, portando comparse e troupe. Noi al contrario di produzione straniere, che evitano di girare in questo modo per avere il controllo logistico, abbiamo preferito girare nei dintorni di Roma».

Il cast. Per quanto riguarda il cast, i tre protagonisti sono Andrea Arcangeli, Yemos, principe di Alba e fratello gemello di Enitos, destinato al trono, dopo l'esilio del padre re, della città più importante dell'antico Lazio. Marianna Fontana è la giovane vestiale Ilia, rinchiusa dall’età di sei anni nel tempio di Vesta, dove serve la dea feconda di cui è sacerdotessa. Infine Francesco Di Napoli, lo schiavo e orfano Wiros, mandato nell'accampamento nei boschi insieme dove subisce abusi e torture. Per tutti e tre gli attori, è stata non solo una prova di recitazione, ma anche fisica, vista l'enorme prepazione che hanno dovute fare per dare realismo alla serie.

«La preparazione fisica è stata fondamentale, per mettere massa, ho fatto una dieta iper-proteica, ed ogni giorno ci allenavamo per ore e tutti insieme per entrare in un mondo diverso e poi c'è stata la sfida della lingua. Era un set totalizzante per tutta la preparazione anche psicologica, si aveva la percezione di dover mantenere sempre una linea di attenzione» ha affermato Andrea Arcangeli durante l'incontro via Zoom. «Abbiamo iniziato due mesi prima del ciak - ha aggiunto Marianna Fontana - andavamo a cavallo, e non è stato facile mantenere quel ritmo, ma la sfida più grande è stata il proto-latino, perché imparare ogni giorno le battute non era semplice, bisognava correre per impararle ed interpretarle. Possiamo dire che quei giovani in parte somigliano a quelli di oggi, perché sono fragili e forti, ed in loro c'è anche il desiderio del futuro». Francesco Di Napoli, che al cinema ha recitato ne La paranza dei bambini, ha raccontato come ha costruito il giovane schiavo «ho pensato che fosse sempre piegato a pulire, quindi mi sono creato questo ragazzo gobbo e goffo, che viene vessato e torturato. Anch'io ho fatto difficoltà nel trovare naturalezza e verità per parlare una lingua sconosciuta, ma questo mi rende orgoglioso».

Ai tre protagonisti, si aggiungono - come nella tradizione dei Peplum - migliaia di figurazioni e quasi mille presenze di stunt che dovevano maneggiare le centinaia di armi riprodotte. Per la verosimiglianza storica ci si è avvalsi della consulenza di storici italiani e stranieri, tra cui Valentino Nizzo, direttore del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma.

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