CORONAVIRUS

Marco Giallini: «Dipingo Toshirō Mifune aspettando il mio Rocco Schiavone»

Sabato 11 Aprile 2020 di Gloria Satta

Colori e pennelli aiutano Marco Giallini a far passare le lunghe giornate della quarantena. L'attore romano, che in questi giorni avrebbe dovuto iniziare in Val d'Aosta le riprese della quarta stagione di Rocco Schiavone, la serie di Rai2 basta sui romanzi di Antonio Manzini, ha sempre avuto l'hobby della pittura ed è ora impegnato a finire un quadro a cui tiene molto: «È un ritratto di Toshir Mifune, la star giapponese che ammiro fin da quando ero piccolo», spiega il Giallo.

I figli Rocco e Diego gli fanno compagnia, nell'aria risuona la voce di Etienne Daho, il cantautore francese che piace tanto al padrone di casa. Una casa come tante, alla periferia di Roma, abitata da una famiglia come tante alle prese con un'emergenza che nessuno poteva aspettarsi.

Qual è il segreto per non buttarsi giù?
«Dopo il primo momento di incredulità, è arrivata la preoccupazione e poi la speranza che tutto finisse in fretta. Invece, mentre l'isolamento va avanti, deve sorreggerci una certezza: il coronavirus non ci distruggerà e la vita potrà ricominciare. Vedo con piacere che ci stiamo comportando benissimo: osserviamo i divieti e accettiamo le restrizioni. Anche a Roma e nel Lazio».

La stupisce il senso di responsabilità che stanno dimostrando i suoi concittadini?
«No, nemmeno un po'. Noi romani abbiamo la fama di menefreghisti ma siamo molto meglio di come ci dipingono e nei momenti cruciali tiriamo fuori le nostre qualità. Sono felice, in particolare, di vedere tanti giovani che sacrificano la loro libertà per proteggere gli anziani».

Sullo schermo ha interpreto diversi medici: quelli veri che oggi combattono il coronavirus li considera degli eroi?
«Senza dubbio. Ammiravo già la categoria che fa cose importantissime malgrado gli stipendi irrisori. Oggi il mio rispetto è arrivato alle stelle».

Per curiosità, cosa la affascina di Toshir Mifune?
«Il suo carisma che scoprii negli anni Settanta grazie al film di John Boorman Duello nel Pacifico da lui interpretato in coppia con Lee Marvin. Da allora ho preso ad amare il Giappone. Un altro mio idolo è infatti il regista Takeshi Kitano».

L'ha mai incontrato?
«L'ho visto da lontano nel 1998 alla Mostra di Venezia, dove io portavo il film di Claudio Caligari L'odore della notte. Ero un attore ancora poco conosciuto e non ebbi il coraggio di andargli a stringere la mano».

Il lockdown ha bloccato qualche suo film recente?
«Sì, avevo in uscita Ritorno al crimine di Massimiliano Bruno e Per il tuo bene di Rolando Ravello. E c'erano un altro paio di progetti. Aspettiamo la ripresa con la consapevolezza che la gente tornerà al cinema un po' a fatica. E non è una bella prospettiva».

Mandare i film in streaming è giusto, secondo lei?
«Può essere una soluzione, soprattutto per quei prodotti che in sala stenterebbero di più».

La pandemia ci renderà migliori?
«Maddeché. È servita semmai a darci una ridimensionata, facendoci capire che siamo vulnerabili e certe prove si superano solo se stiamo insieme. E, una volta finita, insegnerà ad avere meno pretese ai giovani cresciuti nel benessere, addirittura nell'opulenza».

La prima cosa che farà, dopo?
«Una corsa in moto e un pranzo sul lago di Bracciano con i miei figli».

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