"Aria", in patria e fuori
il lockdown degli italiani

Un momento della serie "Aria"
di Gloria Satta
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Domenica 20 Dicembre 2020, 17:14

La studentessa in quarantena in un tristissimo hotel di Pechino, il medico al lavoro in un ospedale da campo in Kenya, un’intera famiglia infettata in Brasile, le tigri affamate del piccolo circo bloccato in Sicilia, gli addetti alla sanificazione nelle strade di Napoli, e poi gli ambientalisti in Francia, l’operarice del centro anti-violenza, la conseulor disabile che fa riunioni su zoom...Sono tutti italiani colti dal primo lockdown di marzo ai quattro angoli del mondo: raccontano la loro esperienza nella sorprendente docu-serie Aria a cura di Andrea Porporati, Costanza Quatriglio e Daniele Vicari, disponibile su RaiPlay dal 29 dicembre.

RITRATTO. Si tratta di un racconto a più voci realizzato dagli stessi protagonisti che, guidati a distanza da una redazione di giovani filmaker (Chiara Campara, Francesco Di Nuzzo, Flavia Montini, Pietro Porporati, Greta Scicchitano), hanno ripreso se stessi e la propria realtà nell’arco di quattro mesi utilizzando smartphone, videocamere, perfino droni. Dimostrando di aver imparato l’arte (ha un sapore felliniano la scena in cui un prete siciliano dice il rosario scarrozzato dal furgone del circo) ed esprimendo una tensione collettiva insieme a una grande capacità di resilienza. Il risultato è un ritratto sincero e attendibile di questo sciagurato 2020.

ZONA ROSSA. «L’idea della docu-fiction è nata proprio il 9 marzo, quando l’Italia intera è diventata zona rossa», racconta Vicari, «con Poroporati e Quatriglio ci siamo detti che in quel momento storico inedito sarebbe stato importante creare qualcosa di nuovo anche dal punto di vista del nostro metodo di lavoro. Così, una volta scovate sul web e sui social le storie più interessanti, abbiamo contattato gli interessati che, da testimoni, hanno accettato di diventare narratori seguendo un corso accelerato di filmaking sotto la direzione dei nostri giovani autori». Aggiunge Porporati, anche produttore del progetto: «I protagonisti si sono dimostrati bravissimi a raccontare la propria storia e come la pandemia stesse incidendo nella loro anima. Aria è un film senza confini: se l’avessimo realizzato in modo tradizionale mandando una troupe in giro nel mondo, avrebbe avuto un costo insostenibile». Cosa vi ha colpito di più? «La straordinaria generosità delle persone che hanno accettato di mettersi in gioco: nessuna di loro vuole fare cinema ma tutte hanno capito l’importanza del progetto che racconta uno snodo epocale», risponde Vicari che durante il lockdown ha realizzato anche un film a distanza, Il giorno e la notte, dirigendo gli attori isolati nelle rispettive case.

FIDUCIA. Ma la gente, alle prese con la seconda ondata del virus e le restrizioni, avrà voglia di sentir parlare di lockdown e contagi anche in una serie? «Sono sicuro di sì, Aria è un progetto universale», afferma il regista. «Non a caso la direttrice di RaiPlay Elena Capparelli si è commossa: ”è la storia di tutti noi”, ha detto. Nelle vicende dei nostri testimoni-narratori appaiono tanta bellezza, energia e fiducia nel futuro. Il cinema serve ad evidenziare queste cose». Usciremo da questo periodo terribile? «Certo. Ma se avremo un atteggiamento attivo, propositivo: dobbiamo prendere in mano la situazione e ribaltarla cogliendo l’occasione per rivoluzionare la nostra vita, anche nel segno di un maggiore rispetto per l’ambiente un cui viviamo. La pandemia è un grido d’allarme del pianeta che abbiamo troppo maltrattato».

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