CORONAVIRUS

Alessandro Borghi e Patrick Dempsey, i “Diavoli” della finanza. L'attore italiano: «Non dobbiamo tornare come prima»

Mercoledì 15 Aprile 2020 di Paolo Travisi

Il mondo è paralizzato a causa della pandemia, ma un altro mondo, quello della finanza non si ferma mai. «La finanza è come l’acqua: non si vede, non ha odore, e per il più delle persone è impercettibile» è una delle frasi di apertura della serie Diavoli, (in onda su Sky Atlantic e Now Tv dal 17 aprile) dove i protagonisti sono due “squali” dell'alta finanza, Dominic Morgan – interpretato da Patrick Dempsey – e l'astro nascente Massimo Ruggero, al secolo Alessandro Borghi, che si cimentano in un financial thriller dal respiro globale, già venduto in 160 paesi. E se l'ambientazione è la city di Londra del 2011, con il crack della Lehman Brothers nel 2008 e l'emorragia economica della Grecia come background della storia, non si può non pensare all'attualità di oggi, con il fantasma di una recessione mondiale che fa paura, provocata dal crollo verticale delle economie a causa del Coronavirus.

Diavoli ispirato al best seller omonimo di Guido Maria Brera, racconta in dieci episodi, il sodalizio tra i due protagonisti: l'italiano Massimo Ruggero, partito dal basso, uomo che si è fatto da solo, diventando lo spregiudicato Head of Trading di una delle più importanti banche di investimento del mondo, e l'americano Dominic Morgan, potente talento della finanza, a capo della banca e mentore del più giovane Massimo. Un legame destinato a frammentarsi, quando il personaggio di Alessandro Borghi, dovrà fare i conti con i segreti finanziari ed i “diavoli” che decidono la vita di milioni di persone.

 

 

La conferenza stampa di presentazione della serie, prodotta da Sky e Lux Vide, si adatta alle restrizioni della mobilità, sfruttando le potenzialità che la tecnologia ci offre. Una stanza virtuale allestita negli studi di Sky a Milano, con i protagonisti, (tra cui anche Kasia Smutniak), i registi Nick Hurran e Jan Michelini, l'autore del libro collegati via Zoom, così come i giornalisti, ognuno nelle proprie case, e tutti insieme, ma solo virtualmente. A raccontare chi sono i Diavoli, inizia Alessandro Borghi, che nel frattempo stava girando un'altra serie (per Netflix) la terza stagione di Suburra. «Ho scoperto che non sono quelli che pensavo prima di questo viaggio. C’era in me un luogo comune sul mondo della finanza, e cioè che alcuni seguissero gli interessi con un basso livello di etica, mentre altri la mettessero al primo posto. Ma c’è una frase importante che si dice nella serie. I diavoli sono quelli che devono mantenere l’ordine in un momento di caos, questo perché la finanza è uno strumento politico. Quindi i diavoli sono coloro che questo strumento politico possono usarlo per i cittadini, un valore aggiunto come nella situazione di adesso». Per l'attore americano, noto al grando pubblico per una serie del passato di grande successo Grey's Anatomy, dove interpretava Derek Shepherd, «Diavoli ha una sceneggiatura avvincente, e per costruire il personaggio ho trascorso del tempo con l'autore del libro Guido Maria Brera. Ci sono personaggi negativi e positivi, che dipendono dalle scelte che devono fare, c’è un'ambiguità che è affascinante in questa serie».

E fa parte del cast internazionale, anche un'attrice a noi italiani molto familiare, Kasia Smutniak che interpreta Nina, l’aristocratica, sofisticata e determinata moglie di Dominic Morgan, al quale è unita da sentimenti, interessi e da un dolore che non passa. Kashia Smutniak. «La cosa che mi è piaciuta di più è la doppia faccia dei personaggi, come il mio, che sta in mezzo tra il bene e male ed è ambiguo. E poi la possibilità di poter spiegare alcuni aspetti importanti della finanza difficili da capire».

Considerati i richiami all'attualità che il mondo sta vivendo e che ha degli intrecci, seppur involontari, alla vicenda raccontata in Diavoli, Alessandro Borghi esprime una sua considerazione, per trarre insegnamento dalle difficoltà di oggi. «Non bisogna tornare come eravamo prima, perché quello era il problema. Bisogna stare attenti a quello che ci circonda, come alla rincorsa del successo a tutti i costi, dobbiamo fermarci a respirare, magari fare un passo indietro per renderci conto di non aver fatto del male a nessuno». Dello stesso avviso il collega americano, Patrick Dempsey. «Credo che non potremo guardare il mondo allo stesso modo, quello che abbiamo visto fino ad oggi non è più sostenibile, siamo sull’orlo del caos ma dobbiamo mantenere in vita il sistema. Dobbiamo trovare risposta alla domanda cosa è sostenibile? Bisogna stare molto attenti alle azioni, se sono quelle giuste. Se viene da intenzioni egoistiche, avrà delle conseguenze. Quali sono le intenzioni? Queste sono le domande importanti da porci ora". Per Kasia Smutniak, c'è anche un'atra lezione che potremmo trarre dalla visione della serie. «Guardando la serie torneremo indietro di qualche anno e riconosceremo i momenti importanti ed avremo una lettura più consapevole. La consiglio anche a chi non è interessato all’argomento finanziario».

Per l'attore romano, dopo l'esperienza in Suburra, che gli ha dato visibilità internazionale e l'ottima prova nel film Sulla mia pelle, in cui si raccontano gli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi, Diavoli, dove recita in un inglese impeccabile, rappresenta l'ennesima prova di un talento sempre più maturo. «Non c’è un ruolo difficile se scritto bene e supportato da una squadra giusta, ma non credo che un bravo attore debba saper far tutto, ognuno può avere un ruolo nelle proprie corde. Quando pensavo a Diavoli avevo molta paura, anche soprattutto per la lingua che non è la mia, e poi applicata alla finanza. C’è una puntata legata all’italianità di Massimo Ruggero, in cui il personaggio ha ripudiato le origine per via di un padre che si era comportato male. Credo che le origini agiscano in modo inconscio, perché sul set c’erano attori da diversi posti del mondo, e la mia italianità di attore è intervenuta come nel personaggio, che appare sicuro e avere il controllo, ma quando si sgretolano nell’emotività emerge l’italianità». 

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