Maurizio Mattioli: «Nella vita bisogna saper prendere il treno, quando passa»

Maurizio Mattioli: «Nella vita bisogna saper prendere il treno, quando passa»
di Andrea Andrei
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Mercoledì 10 Giugno 2015, 18:12 - Ultimo aggiornamento: 17 Giugno, 18:55

«Sono stato fortunato. Ma nella vita bisogna anche saper prendere il treno quando passa. Sarà che sono testardo, ma ce l'ho fatta. Io ci ho messo molto impegno, non mi sono mai stancato del mio lavoro».

La riassume così, Maurizio Mattioli, la sua carriera di attore. Una carriera iniziata 40 anni fa, partita dagli spalti dei programmi della Rai dove faceva la comparsa e batteva le mani in una televisione già popolata da talenti del calibro di Enrico Montesano e Oreste Lionello. Una carriera che poi lo ha portato a recitare in cinema e in tv con i migliori registi italiani, da Monicelli a Risi, passando per Vanzina e Pingitore.

E solo a nominare quest'ultimo, la voce gli si spezza in gola: «Ninni per me non è solo un maestro», racconta commosso a Messaggero Tv, «È un amico. Mi è stato vicino in un periodo buio della mia vita, e mi ha aiutato a uscirne. Non finirò mai di ringraziarlo».

LO SPETTACOLO

Mattioli ha compiuto 65 anni solo qualche giorno fa, e l'11 e 12 giugno sarà al Brancaccio, dove reciterà ne Il conte Tacchia, musical di Toni Fornari con la regia di Gino Landi, tratto dal celebre film di Sergio Corbucci. Mattioli reciterà nei panni del Principe, «Un vecchio nobile decaduto e squattrinato», spiega, «un personaggio di quelli che ti aspettano al varco e al momento giusto ti colpiscono con una battuta».

Un po’ come fa lui, che sa ridere e sa far ridere anche quando la sofferenza sembra avere la meglio. Come quando, qualche mese fa, ha subito la perdita della moglie. Poco tempo dopo quel lutto era di nuovo lì, sul palco, dove in poche frasi è in grado di condensare commozione e ironia, con quella naturalezza che appartiene solo ai romani più autentici.

AMBASCIATORE DI ROMA

Lui che racconta il suo desiderio di recitare, in futuro, nei panni di un prete all’antica, genuino, buono e un po’ nostalgico, che ricorda tanto Aldo Fabrizi. Lui che sorridendo accarezza la foto di Totti definendolo il figlio maschio che quelli della sua generazione avrebbero voluto avere. Lui che improvvisamente si rabbuia a pensare alla parte più oscura, più marcia di Roma, quella di Mafia Capitale: «Sono molto amareggiato. Nelle intercettazioni si sente una frase, “Se magnamo Roma”: è una cosa che mi fa rabbrividire. Roma non è più quella di una volta. Ma queste sono le contraddizioni della grande città che è diventata metropoli».

Eppure, di nuovo, l’amarezza sul suo volto sparisce quasi subito: «Roma ha ancora tanto da offrire. La sua forza può nascondersi, ma alla fine torna sempre alla luce. Per me non è una città. È una seconda pelle».

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