Roma Jazz Festival: da Archie Shepp a Dave Holland, un mese di concerti “No borders”

Mercoledì 2 Ottobre 2019
Dianne Reeves
Anche il jazz scende in campo contro muri, divisioni, discriminazioni. Si intitola No borders. Migration and integration l'edizione 2019 del Roma Jazz Festival, la numero 43 della sua storia, che animerà diversi luoghi della capitale (21 concerti tra Auditorium Parco della Musica, Casa del Jazz, Monk, Alcazar) dal 1 novembre al 1 dicembre.

«In questo momento storico ognuno deve prendersi le proprie responsabilità, è una tendenza generale quella di affrontare temi sociali e politici anche nei festival», rivendica Mario Ciampà, direttore della manifestazione, che ha presentato la rassegna pensata per sottolineare come il jazz sia nato e si sia sviluppato come musica di immigrazione e di integrazione, come sia stata strumento per rivendicare diritti civili, come abbia abbattuto e superato confini stilistici e sociali, grazie alle contaminazioni e alle sperimentazioni.

Calendario fitto, con artisti affermati e giovani emergenti. Icone della storia del jazz come Archie Shepp, Abdullah Ibrahim, Dave Holland, Ralph Towner e Gary Bartz ma anche i più interessanti esponenti della nuova scena come Kokoroko, Moonlight Benjamin, Donny McCaslin, Maisha e Cory Wong, in grado di far scoprire il jazz alle generazioni più giovani.

Le grandi protagoniste femminili come Dianne Reeves e Carmen Souza al fianco dei talenti più recenti come Linda May Han Oh, Elina Duni e Federica Michisanti. Le esplorazioni mediterranee e asiatiche dei Radiodervish (ai quali è affidata l'apertura il 1 novembre all'Auditorium, in contemporanea ai Kokoroko al Monk), Tigran Hamasyan e dell'ensemble Mare Nostrum con Paolo Fresu, Richard Galliano e Jan Lundgren da un lato (che chiuderanno la manifestazione il 1 dicembre) e le contaminazioni linguistiche di Luigi Cinque con l'Hypertext Òrchestra dall'altro.

Il batterista anti-Trump Antonio Sanchez e il suo jazz ai tempi del sovranismo e la nostalgia migrante raccontata in musica dalla Big Fat Orchestra. Il tributo a Leonard Bernstein di Gabriele Coen e il pantheon jazz evocato da Roberto Ottaviano.

«I musicisti che abbiamo chiamato - sottolinea Ciampà - sono stati scelti anche per il loro impegno sociale e civile». Il tema dell'abbattimento delle barriere sarà ribadito anche dall'installazione di Alfredo Pirri: una struttura trasparente che dividerà in due la Cavea, ma che potrà essere continuamente attraversata dal pubblico, in un ribaltamento del concetto del muro. «Continuiamo a lavorare per una Roma che sia sempre di più capitale mondiale della musica - tiene ad aggiungere Josè Dosal, amministratore delegato di Fondazione Musica per Roma -. La decisione di portare la manifestazione in più luoghi ha l'obiettivo di raggiungere diverse fasce di pubblico».
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