Renzo Arbore e i ricordi di una vita: «Lucio Battisti mi disse che cantava peggio di Mogol»

Renzo Arbore, tra "Aspettando il vaccino" e i ricordi di una vita: «Lucio Battisti mi disse che cantava peggio di Mogol»
di Alessandro Strabioli
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Lunedì 28 Dicembre 2020, 16:51 - Ultimo aggiornamento: 28 Settembre, 12:01

Albert Camus ha scritto da qualche parte che soltanto la musica è all’altezza del mare. E forse proprio i colori, l’armonia e l’imprevedibilità del mare hanno influenzato le sfumature del modo di fare musica e televisione di Renzo Arbore. Cantautore, disc jockey, conduttore radiofonico e televisivo, clarinettista, fondatore dell’Orchestra italiana, presidente di Umbria Jazz, sceneggiatore, regista, compositore, attore, Arbore ha rivoluzionato le strutture e il ritmo dello spettacolo italiano mescolando generi, scoprendo e lanciando personaggi, inventando nuovi linguaggi. Fu il primo a mettersi i jeans a Foggia, sua città natale; fu il primo assieme a Gianni Boncompagni a passare per radio i brani dei Beatles etichettati dalla Rai come gruppo vocale strumentale con difetti di intonazione; fu il primo conduttore di talk show nella storia della televisione italiana; fu lui a convincere Lucio Battisti che la sua voce, in fin dei conti, non era poi così male. 

 

Renzo Arbore, una vita all’insegna della curiosità, del colore e del gioco, nel senso più poetico del termine. Da qualche tempo la sua voglia di sperimentare e creare nuovi format culturali e d’intrattenimento l’ha spinta ad avvicinarsi al mondo del web. Ha un seguitissimo canale YouTube, Renzo Arbore channel.TV, con video musicali, interviste, trasmissioni e spezzoni inediti. Un amarcord molto prezioso anche per i più giovani.  

«Sì, è un mezzo che mi affascina molto. Durante il primo lockdown sul mio canale Renzo Arbore Channel.TV ho realizzato il programma 50 sorrisi da Napoli dove ogni giorno mettevo degli spezzoni di Massimo Troisi, De Crescenzo, Totò, Eduardo, insomma i sorrisi dei protagonisti della città più sorridente d’Italia. Adesso, sempre sul mio canale, è uscito un nuovo programma che ho chiamato Aspettando il vaccino, programma che anzitutto nasce come un’opera di sensibilizzazione per l’imminente campagna vaccinale, ma che poi vuole assolvere ad una naturale e precisa funzione sociale. Con Aspettando il vaccino, difatti, voglio fare compagnia ai miei spettatori e ammiratori con delle chicche televisive insolite, inedite, italiane e straniere scelte da me. Insomma, mi sono inventato una televisione in rete tutta mia con la quale, più che inseguire un pubblico giovane, cerco di avvicinare al web gli adulti, che verso questo mezzo hanno ancora poca dimestichezza e un po’ di diffidenza». 

Una volta ha detto che fu il primo a Foggia a indossare i blu jeans. Com’era Renzo Arbore da ragazzo?

«La storia dei jeans è verissima, fui il primo a farlo. Ma da ragazzo devo dirti che ero il contrario di come sono diventato da adulto. Ero molto timido, un ragazzo della media borghesia foggiana: mio padre era dentista e mia madre casalinga. Avevo una grande schiera d’amici di tutti i tipi e paradossalmente la realtà di una piccola città è stata la mia fortuna. Sai, da quelle parti non c’era molta possibilità di scegliersi le conoscenze, ma questo ti permetteva di approfondire molto i caratteri delle persone, dal ricco al fornaio, dal delinquente al ragazzo scappato di casa. La provincia poi ti obbliga, anche per combattere la noia, a industriarti, ad accompagnare col sorriso la monotonia della quotidianità. Davvero a Foggia in quegli anni non c’era nulla. Allora bisognava andare di fantasia, inventarsi nuove sfumature d’ironia, nuovi modi di movimentare quelle interminabili serate ai soliti bar, nelle stesse piazzette, sognando il futuro mentre si scherzava col presente. La sofferenza della provincia, in questo senso, è stata una matrice molto importante per me. Adesso i ragazzi con un clic hanno accesso al mondo intero. E forse anche per questo han perso il gusto della fatica e della ricerca, che sono invece fondamentali». 

Fatica, ricerca e sperimentazione sono state senz’altro la base del suo lavoro. Renzo Arbore e la rivoluzione gentile è un libro scritto dal giornalista Vassily Sortino che racconta, come ha detto lei, anche storie della sua esistenza che nemmeno lei ricordava di avere vissuto. 

«C’è tutto in questo libro. Sono ripercorsi scrupolosamente tutti i miei format. Questa è una cosa molto importante per me perché il mio cruccio, per così dire, è che Quelli della notte Indietro tutta hanno cannibalizzato in qualche modo tutte le altre cose che ho fatto. Con una punta di vanità debbo dire però che i miei format sono stati una ventina, dai tre radiofonici a quelli televisivi, cominciando da Speciale per voi (1969-1970), primo talk show nella storia della televisione italiana, passando per i programmi della prima serata su Rai1 che registravano record d’ascolti adesso impensabili. Cari amici vicini e lontani poi per me è davvero un orgoglio. Dedicato al 60º anniversario della Radio Italiana, era un varietà sulla storia dell'avventura radiofonica del nostro Paese, dove partecipavano artisti come Nunzio Filogamo, Pippo Barzizza, Silvana Fioresi, Carla Boni, Alberto Sordi, Corrado, Ernesto Bonino, Claudio Villa, Lelio Luttazzi, Nilla Pizzi, e giornalisti meravigliosi tra i quali addirittura quelli che avevano annunciato l’armistizio…».

A proposito di storia della radio italiana, lei e Gianni Boncompagni siete stati, tra le tante cose, anche i primi in assoluto a passare in radio i brani dei Beatles non ritenuti idonei dalla Rai. 

«È verissimo! Io e Boncompagni siamo stati i primi dj italiani. All’epoca non c’erano le radio private. Avevamo la licenza di lanciare artisti sconosciuti come Lucio Battisti. Dopo quel periodo così rivoluzionario c’era la voglia di rompere con le tradizioni, di innovare, sperimentare, giocare azzardare. Eppure, ripensando alla mia carriera artistica, mi sono reso conto che, nonostante tutto, mantenevo sempre una certa attenzione al passato, come per esempio alla grande canzone umoristica. Se ci pensi infatti a Sanremo portai Clarinetto, la prima canzone umoristica dopo quelle di Carosone nella storia del Festival. Poi ho recuperato la canzone napoletana che è sempre stata una mia passione, ma anche di tutta la mia famiglia. Il prossimo anno, tra l’altro, la mia Orchestra compirà 30 anni: l’Orchestra stabile più longeva del mondo!».

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E proprio qui volevo arrivare. Molti si dimenticano che nel 1991 ha fondato l'Orchestra Italiana, composta da quindici grandi strumentisti, con lo scopo di diffondere la canzone napoletana classica. Nel 1993 poi ha ottenuto un trionfale successo al Radio City Music Hall di New York. Mica roba da poco per quell’epoca. 

«È stato incredibile. Ma poi con l’Orchestra abbiamo girato tutto il mondo. Abbiamo fatto 1550 concerti, quasi 30/40 concerti all’anno. Un’esperienza meravigliosa».

Prima ha accennato a Lucio Battisti. Ma è vero che è stato lei a convincerlo a cantare? Si dice che lui non fosse affatto convinto della sua voce, anzi, che non gli piacesse affatto. 

«Assolutamente sì, non è una leggenda. Lucio Battisti venne a Bandiera Gialla perché aveva affidato le sue primissime canzoni ai Dik Dik e agli Equipe 84. Noi provammo a convincerlo a cantarle lui stesso con la chitarra, ma Lucio ci rispose: «Ma io canto peggio di Mogol!». Insistemmo. Gli dissi di provare a fare almeno i ritornelli. Trovammo una brutta chitarra Eko e gliela mettemmo in mano. Il resto è storia». 

L’amore per la musica è il filo conduttore della sua vita, è evidente. Guarda, stupisci. Viaggio nella canzone umoristica napoletana è il suo ultimo libro uscito per Solferino. Una sorta di antologia autobiografica sulla grande tradizione napoletana e sulle indimenticabili canzoni umoristiche.

«Una delle caratteristiche della grande canzone napoletana è quella di scherzare con la musica. Queste canzoni non erano umoristiche loro malgrado, ma erano scritte da grandissimi talenti, poeti, intellettuali, inventori dei più grandi capolavori della canzone napoletana classica, ma che poi si divertivano a scrivere delle canzoni umoristiche. Per fare un esempio, E. A. Mario ha scritto La canzone del Piave, che ha rischiato di diventare l’inno nazionale. Quindi anche i grandi scrivevano canzoni umoristiche per divertire, e il rischio è che questa lunga e splendida tradizione possa essere dimenticata. Una delle mie preoccupazioni più grandi è quella di non far dimenticare le cose che meritano di essere ricordate. Noi abbiamo una tradizione musicale tra le più ricche del mondo. C’è ancora un forte pregiudizio sulla canzonetta. Eppure lì dentro c’è cultura, c’è poesia, c’è il mare». 

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Glielo avranno chiesto tutti, ma come facciamo a non ricordare la straordinaria Mariangela Melato, come ha detto già in qualche altra intervista, il suo più grande amore.

«L’incontro con Mariangela è stato la cosa più fortunata della mia vita. Mariangela era un’artista rigorosissima e come attrice di teatro è stata una delle più grandi – non lo dico io, ma gli esperti, e lo dicono i due premi Ubu e i due premi Eleonora Duse. Da un punto di vista artistico era poi meravigliosamente versatile: ha interpretato di tutto, da Ronconi, Fo, Visconti alle cose più leggere. Ballava, cantava; è stata una straordinaria attrice di cinema e ha recitato con i più grandi attori italiani come Gian Maria Volonté, anche lui, ahimè, un po' dimenticato. La memoria è importante, lo dico sempre e continuerò a ripeterlo. Io ce l’ho ben fissa nel mio cuore Mariangela, ma questa donna meravigliosa dovrebbe essere nella memoria di tutti». 

Già, la memoria. In quest’anno maledetto la scomparsa di un altro grande del teatro, Gigi Proietti. Lei ha detto di volere istituire una fondazione a suo nome.

«C’è già un’associazione per Mariangela Melato, ne faremo una anche una per lui. La morte di Gigi è stata una perdita enorme, dolorosissima. Ho un rimpianto incredibile, un dispiacere davvero grande. Gigi era un mio carissimo amico… eravamo complici in tutto, ci divertivamo tantissimo insieme. Era poi unico. È stato uno straordinario poeta, declamatore, re del sorriso e anche bravissimo cantante. Devo dire che sono stato davvero fortunato nella mia vita. Ho avuto la fortuna di avere grandissimi amici artisti. Ho avuto la fortuna di conoscere quella generazione che ha rivoluzionato lo spettacolo in Italia, dal mio amico Fellini, a Monicelli, allo straordinario Villaggio, che davvero è stato un grande dell’umorismo. Vorrei fare un tributo a tutti loro perché per me sono stati fondamentali. Sul comodino ho tutto Fantozzi. Quando mi sento malinconico e triste Paolo mi viene in soccorso. Anche lì c’è una qualità umoristica unica. Ed io i sorrisi veri, quelli buoni, sani e intelligenti li so riconoscere e non li dimentico più».  

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