Pearl Jam, il nuovo album "Gigaton": la nostra recensione

Venerdì 27 Marzo 2020 di Simona Orlando

La definizione “i sopravvissuti del grunge” è una zavorra alle caviglie dei Pearl Jam, che per fortuna tentano di non restare inchiodati a un’epoca, pur giurando fedeltà a sé stessi. Trent’anni fa si formarono in una Seattle di giovani spiriti inquieti e domani pubblicano l’undicesimo disco “Gigaton”, a sette anni dal precendente “Lightning Bolt”. Un lungo periodo in cui non sono stati fermi, fra concerti e progetti solisti. Se i Soundgarden guardavano al metal e i Nirvana al punk, i Pearl Jam si ispiravano più al rock classico tipo Who e stavolta il riferimento è esplicito, soprattutto nel brano “Never Destination” e nella citazione «but the kids are alright» contenuta in “Comes Then Goes”, vicina alle sonorità di Eddie Vedder in "Into The Wild", e toccante eulogia acustica per l’amico Chris Cornell. È stato il suo suicidio a bloccare il corso del disco nel 2017. E quel dolore si sente tutto.

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Le novità ci sono. Affidano la produzione a Josh Evans, subentrato a Brendan O’Brien (che però è ospite nel disco), in “Take the Long Way” ospitano una voce femminile ai cori (Lemolo, cantautrice di Seattle), a volte si scambiano gli strumenti, quasi tutti si cimentano con la scrittura, e sposano strategie di marketing un tempo impensabili, ad esempio il triplice video di “Dance of the Clairvoyants”, un groove su cui la voce di Vedder va su di giri. Questo primo singolo ha spiazzato i fan con un tiro new wave dei migliori anni ’80, fra Talking Heads e David Bowie (ma sull’elettronica prevale comunque la batteria suonata da Matt Cameron) e il sentore è che dal vivo funzionerà benissimo (il 5 luglio sono attesi a Imola, epidemia permettendo). È un brano divisivo, quindi positivo, significa che il gruppo non lavora per compiacere i milioni di fan, forse delusi dalle ultime prove in studio ma mai dai live. Il resto del disco è più rassicurante. Spazio ad assoli di Mike McCready, “Who Ever Said” e “Quick Escape” sembrano eredità dagli Anni ’90, si passa da riff frenetici di "Superblood Wolfmoon", puro garage rock, a ballate come “Retrograde”. “Seven O’Clock” ad un primo ascolto è il pezzo più riuscito. Qualcuno ritiene che ricalchi certe dilatazioni dei Pink Floyd (evocati nel teaser di "Never Destination", simile alla centrale elettrica di "Animals") ma nel ritornello risuonano i Duran Duran di "Ordinary World", e non c’è da preoccuparsi perché è un richiamo felice, personalizzato, un po’ come fu con i Led Zeppelin di "Going To California" per "Given To Fly".

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In copertina c’ è un ghiacciaio norvegese che si scioglie e la questione ambientalista torna ripetutamente, ma in tempo di Covid-19 i testi assumono un nuovo significato, sembrano quasi commento all’epidemia in tempo reale. Su “Who Ever Said” Vedder canta: “Tutte le risposte le troveremo negli errori che abbiamo commesso”. “Alright” sembra essere la traduzione del nostro “Andrà tutto bene”, un inno alla resistenza, con un domani pieno di altre opportunità. Sull’organo di “River Cross” invita a “condividere la luce”, altrove chiede di non cedere alla depressione. Siccome i governi sono sempre generosi nel provocare rabbia, l’invettiva contro Trump corre veloce. In “Quick Escape” (dove si menziona Freddie Mercury) si deve cambiare pianeta per trovare un posto che il presidente americano non abbia irrimediabilmente ‘fottuto’. Come sempre la band sa passare dal sociale al personale, interpretare furie e dolcezze. “Gigaton” è un disco indignato e speranzoso. Racconta i Pearl Jam oggi, in cerca di evoluzioni. Come Vedder cantava nel 1993 in "Elderly Woman Behind The Counter In A Small Town": «Sono cambiato non cambiando nulla».

Ultimo aggiornamento: 10:12 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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