Paolo Kessisoglu, una canzone per Genova con 25 artisti: «Con "C'è da fare" risolleviamo la mia città»

Giovedì 21 Febbraio 2019 di Fiamma Sanò

Un attore, che è anche musicista, Paolo Kessisoglu, 25 cantanti – da Arisa a Max Gazzé, da Boosta a Massimo Ranieri e Fiorella Mannoia. Tutti insieme per una canzone da comprare su cd e in streaming dal 22 febbraio, i cui proventi saranno devoluti all’associazione Occupy Albaro, per la riqualificazione e il sostegno alla popolazione di Genova colpita dal crollo del ponte Morandi, lo scorso agosto. Si intitola "C’è da fare", ma attenzione: «Non è solo una canzone, è un’idea, un progetto. È arrivato il momento di rimboccarsi le maniche», dice il comico che la canzone in questione l’ha scritta, di getto, il giorno del crollo mentre era in vacanza a San Francisco, negli Stati Uniti. Saputo del disastro, ore dopo per via del fuso orario, «era come se mi sentissi in colpa per non averlo sentito subito. Una sensazione paradossale di disagio che mi ha accompagnato tutta la giornata». Poi la genesi della melodia: «Entro in una libreria, c’è un pianoforte, la suono di getto». Sony, Siae e lui stesso (per tre anni), rinunciato ai diritti sul pezzo, che arrivano direttamente all’associazione: «Se le cose si fanno, si fanno bene». E si può donare anche senza comprare il disco (Iban IT79A0200801423000105496385. Conto: Occupy Albaro, Causale: cedafare).

Genova per lei è…?
«Una città sottovalutata, in questo momento anche un po’ sfortunata, che ha bisogno di essere abbracciata. È la mia città, e quando Genova chiama, i genovesi rispondono».

Il ponte lo faranno?
«Mi sembra già una buona notizia nonché una piacevole coincidenza che proprio in questi giorni siano iniziate le demolizioni. Qualche cosa accadrà. Mi piace pensare che questa canzone non solo possa raccogliere fondi, ma anche mantenere alta l’attenzione sulla questione».

Quanto è importante la responsabilità sociale dello spettacolo?
«È fondamentale. La musica ha un canale di comunicazione diretta, ma è un grande compito sociale e morale di tutta l’arte».

È andato nella zona degli sfollati?
«Non ancora. Ma accadrà nell’immediato futuro».

Magari a cantare lì tutti insieme "C’è da fare"?
«C’è l’idea. Non bisogna solo fermarsi al brano, ma continuare e rendere vivo quel posto».

Luca Bizzarri non l’ha coinvolto? Perché?
«È stato presente subito nelle condivisioni sui social. Ma questa è stata un’iniziativa mia, siamo una coppia di spettacolo, sì, e pure due uomini che hanno autonomamente impeti, afflati e desideri diversi».

Non ha cantato, però…
«Per puro caso. La coppia è quantomai solida».

Come ha convinto gli altri artisti?
«Con i vecchi metodi: li ho chiamati uno a uno, a qualcuno ho mandato un messaggio, ho usato pure qualcosa di moderno tipo il direct su Instagram. Piano piano sono diventati 25».

Il primo a cui ha pensato?
«Uno dei primi è stato Ivano Fossati. Per una strana connessione ho avuto la possibilità di scrivergli una mail e mandato la canzone in un demo primordiale fatto da me. Mi ha risposto subito, dopo mezza giornata. E poi Nek».

Il più entusiasta?
«Tutti, davvero. Con tutte le cose che avevano da fare, sono venuti ad incidere in due giorni».

Chi ha detto no?
«Nessuno. Tutti quelli che ho chiamato hanno detto sì».

Chi non si aspettava avrebbe accettato?
«Nessuno, ho sempre avuto fiducia. Al massimo ho pensato che Giuliano Sangiorgi, che stava vivendo un momento difficile, con Lele che stava male, entrambi che diventavano padri, non ce l’avrebbe fatta per motivi logistici. E invece ci ha fatto questo regalo».

Quindi quelli che non ci sono, è perché non li ha chiamati?
«Ad un certo punto erano veramente tanti, mica potevano cantare una sillaba per uno… Quando ho raggiunto il numero ho detto basta».

Questo è il gesto più generoso della sua vita?
«Non mi viene da definirlo generoso. Un gesto di pancia è un’esigenza incontrollabile, che ha fatto stare meglio me, quindi curativa. Non può portare con sé la generosità, perché quella parte dalla testa. Al massimo ne è una conseguenza».

Poi però la testa ce l’ha messa.
«Se proprio vogliamo trovare la generosità, quella è stata nell’organizzare, programmare, seguire la burocrazia. D’altronde una volta che hai fatto un figlio, devi tirarlo su, farlo crescere nel modo giusto».

I genovesi quindi non sono tirchi?
«Io figuriamoci ho le mani bucate. Però sono anche ragioniere, soprattutto con i soldi non miei. Tutti i proventi saranno seguiti, controllati e devoluti a chi devono esserlo».
 

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