Monti, nuovo maestro del coro a Santa Cecilia: «Con Berlioz, il mio debutto vale doppio»

Lunedì 7 Ottobre 2019 di Simona Antonucci
Piero Monti, Maestro del Coro dell'Accademia di Santa Cecilia
«Il coro è una comunità di persone e di teste diverse. Ma quando aprono bocca, in venti, in ottanta, o duecento, dicono tutti la stessa cosa: una scuola straordinaria di educazione civica, di abitudine alla convivenza e al rispetto».

Piero Monti è il nuovo maestro del Coro dell’Accademia di Santa Cecilia, appena arrivato dal Teatro Massimo di Palermo, dove è stato chiamato a ricoprire l’incarico Ciro Visco che ha lasciato l’Accademia romana dopo 12 anni. «Una staffetta assolutamente casuale, tra le due fondazioni non c’è alcun tipo di collegamento, ma evidentemente hanno molte affinità», scherza il musicista, 62 anni, di Faenza, con una carriera, oltre che all’estero, nel Comunale di Bologna, alla Fenice di Venezia, e al Maggio Fiorentino dove è rimasto fino al 2012, prima di trasferirsi in Sicilia e oggi a Roma.

Al pubblico romano si presenta, il 10 ottobre, con una prova da togliere il fiato: il Requiem “Grande Messe des Morts” di Berlioz. Doppio coro, 150 in tutto, tra Santa Cecilia e i rinforzi dal San Carlo di Napoli. «Due debutti in una sera, quella dell’inaugurazione di Stagione», spiega Monti, «la mia prima volta qui e con un lavoro che non mai eseguito prima. E che lavoro, un capolavoro. Con una valanga di suoni dall’orchestra, 16 timpani, quattro gruppi di ottoni disposti nella sala, di voci ne servono un be po’».

Dopo tanti anni in fondazioni d’opera, ora un coro sinfonico. Le mancherà il teatro?
«Per i primi tempi, sicuramente no. La lirica può essere limitante per un coro. Si passano giornate a perfezionare i colori, le dinamiche e magari arriva un regista che ti mette in scena a quaranta metri dal pubblico. E tutti di spalle. Il risultato, certo, non viene fuori».

Sempre faticosi i rapporti con i registi?
«No. Quando un coro viene coinvolto a livello scenico, messo nelle condizioni di interpretare, è migliore anche il suono».

Che caratteristiche ha il coro di Santa Cecilia?
«È l’unico coro in Italia che fa soltanto sinfonica. E vanta una peculiarità: ha un’impostazione italiana, con un suono fermo».

L’eredità di Visco?
«A me piace costruirmi un’idea con le mie orecchie. Ci conosceremo meglio poco per volta. Ma già dai primi incontri si sente che è una formazione di altissimo livello professionale».

I problemi di organico?
«Riguardano molte fondazioni liriche italiane. Diciamo che la qualità artistica non va di pari passo con le esigenze economiche. I soldi di una volta non ci sono più. Un tempo gli organici erano immensi. Ora sono al limite e si lavora tantissimo, passando nel giro di pochi giorni da Bach a Wagner. Ed è uno sforzo assurdo, e un errore, perché sono due “sport” completamente differenti. All’estero è diverso, gli interni possono anche essere pochi perché fuori c’è un bacino ricchissimo in cui pescare, grazie a un’altra educazione al canto corale. E comunque un coro affiatato lavora meglio di un gruppo messo insieme di volta in volta».

Si parla spesso di orchestre, quasi mai di coro: che differenza passa tra le due compagini?
«Il coro è un gruppo di professionisti che usa la gola per fare musica. Uno strumento all’interno del corpo che ti obbliga a sapere chi sei nel profondo. Perché quando parli devi raggiungere la stessa intonazione del tuo vicino. E non è semplice avere una chiara percezione di se stessi. Il suono di un violino arriva da fuori. E tra violini ci si accorda con più facilità. Mentre in un coro, bisogna andare l’uno incontro all’altro. Pensare allo stesso modo, con tante voci, dire un’unica cosa. E magari in cinese o in sanscrito, come capiterà a Santa Cecilia durante la prossima stagione».

Con il maestro Pappano? Quale impostazione condividete?
«L’avevo già conosciuto a Bologna, qui a Roma ci siamo incontrati quest’estate e ora per il concerto. Tony è figlio di un cantante. In comune abbiamo un grande amore per la voce».

L’amore per Roma è già sbocciato?
«Totale. Ho un calendario di itinerari che intreccio con quelli di lavoro. Ho un tesoro da scoprire». 
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