“Mina Fossati”, alchimia di voci: «Solo lei poteva farmi tornare»

Mercoledì 20 Novembre 2019 di Fiamma Sanò

MILANO Comunque vada, sarà un successo. Difficile pensare altrimenti del kolossal Mina Fossati, in uscita venerdì 22 con Legacy-Sony Music. Già dalla presentazione di lunedì scorso, a Milano: la sala Verdi del Conservatorio gremita di media e ospiti, ognuno con un paio di cuffie per ascoltare, in un rito a metà tra la liturgia pagana e la silent disco, le 11 tracce dell’album.

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Inedite, scritte da Fossati un po’ per sé, un po’ per Mina, un po’ per le due voci insieme, sulle tracce di un passato comune, ben inciso nel presente. Presente storico: perché la Tigre non ama, racconta Fossati, parlare di ieri. Ma si illumina «se si inizia a parlare di una cosa che arriverà domani». E perché Fossati torna in scena dopo anni: «Volevo godermi l’ozio e la famiglia, uscito da quella che era una routine pesante, 42 anni di disco-interviste-tournée». 
 

IL RITORNO
Poi è arrivata la chiamata: «L’unica persona che poteva riportarmi in uno studio di registrazione era Mina. Un’eccezione e una gioia che non mi sarei mai negato». È la prima volta che i due lavorano insieme in modo così diretto e, pur avendo una lunga storia di collaborazioni, non si sono mai frequentati.

«Questo disco dovevamo farlo nel 1997, poi qualcosa nell’ambito delle case discografiche è andato storto». Finché due anni fa - è questo il tempo che si sono presi per lavorare all’album - «ho scoperto che non si era dimenticata, anzi ci pensava ancora». Il singolo di lancio, uscito il 7 novembre, si chiama Tex Mex, ha dentro il Fossati del rock latino e pure un po’ di Santana e di Zucchero Fornaciari; ci sono le chitarre slide che imparentano – insieme con frasi di fisarmonica e sax – molti pezzi dalla mano più ritmica.

Mentre il Fossati poetico è appoggiato agli archi di Celso Valli (L’infinito di stelle e Luna Diamante, già ingaggiato nella colonna sonora del nuovo film di Ozpetek, Dea Fortuna). Ma c’è pure la famiglia Mina, un po’ perché lei è lei, dominante, un po’ perché l’alchimia finale è affine al Mina Celentano del 1998, un po’ perché il disco lo arrangia Massimiliano Pani. Lasciando spazio ai due «protagonisti assoluti», che «cantano in maniera simile, puntano all’emozione, al cazzotto nella pancia», ipse dixit. L’infinito di stelle te lo sogneresti a Sanremo, le due voci che si affiancano e impastano con «orchestrazioni volutamente minimaliste», spiega Pani. Sofisticati, misurati, un po’ parlati e molto sussurrati, nati l’una per l’altra, pur se non propriamente moderni, al passato Mina e Fossati cedono qua e là, vedi Come volano le nuvole: lui trasfigura in Vinicio Capossela, con gli stessi accenti nell’andamento metrico, mentre lei canta che le nuvole in questione svaniscono, «forse ci salutano» come un tempo i boschi abbandonati battistiani ci abbracciavano.

Meraviglioso è tutto qui è “il” pezzo di Mina: a quasi 80 anni è capace di sfumature di colori eccezionali, di salti impercettibili e arditi. Interessante Farfalle, divertissement arpeggiato che profuma di Pioggia di Marzo (adattata dal brasiliano dallo stesso Fossati e incisa da Mina nel 1973): «Passo dopo passo minuto per minuto passa un aeroplano e lo saluto...», con le voci che si inseguono e susseguono: magistrali. Apparentemente leggerina, è una critica incisiva all’attualità, forse l’unica per davvero in un disco che secondo l’autore parla di presente e sentimenti universali. 

L’AMORE
Ma se il filosofeggiare civile va cercato a fondo nei versi qua e là, quello che arriva immediato è il Fossati espressivo dell’amore in costruzione: «Vengo sempre chiamato in causa come se fossi uno che ne capisce qualcosa. La verità è che si può scrivere non capendoci niente». Lui ci riesce «perché nella vita ho sempre ascoltato le donne. Sul serio. Non soltanto le persone con cui ho avuto rapporti sentimentali, ma anche le amiche di mia mamma». Se vi state chiedendo però come mai non sia voluto apparire nella fiction su Mia Martini, la sua risposta è: «Perché era fatta male».

 

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