Sanremo 2025, Michele Bravi: «Se Carlo Conti chiama rispondo sì. Tra discografia e artisti troppi finti amici»

Per il cantante e musicista, nonché giudice ad Amici, «in tanti vengono presi e buttati via dalle case discografiche con estrema rapidità». La mancata firma italiana della dichiarazione Ue sui diritti Lgbtqi+? «Un'umiliazione»

Michele Bravi durante il suo ultimo concerto a Milano
di Giacomo Andreoli
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Sabato 25 Maggio 2024, 14:19 - Ultimo aggiornamento: 26 Maggio, 15:07

«Nella discografia italiana e non solo non tutti sono tremendi, ma c'è ancora un’ignoranza di fondo. Tanti artisti vengono presi e buttati con estrema rapidità, mentre tra cantanti si dicono tutti amici, ma non è così». Michele Bravi, in questa intervista a Il Messaggero, si toglie qualche sassolino dalla scarpa. Il cantante e musicista, nonché attore nel film "Finalmente l'Alba" di Saverio Costanzo e due volte giudice ad Amici, ha appena pubblicato il suo quarto album. Il titolo evocativo "Tu cosa vedi quando chiudi gli occhi", nasconde un viaggio inedito e sensibile nei sentimenti, tra sofisticato e grottesco. Domani sera presenterà il suo lavoro all'Auditorium Parco della Musica, a Roma, dopo la prima data a teatro a Milano. Per Bravi «l'amore è sempre un atto politico» e la mancata firma dell'Italia alla dichiarazione Ue sui diritti Lgbtqi+ «un'umiliazione per tutti». Sanremo 2025? «Se Carlo Conti chiama e ho la canzone giusta, dico sì».

Torni a tre anni dal tuo ultimo album, con un disco che hai definito in modo ironico "un po' da poetessa, un po' da pornostar". Passi dall'umorismo italiano al malumore francese, dal popolare al sofisticato. Con un accento sull'erotismo e dialogando anche con Carla Bruni e Guè Pequeno. Il nuovo Michele è più maturo e sensuale?

«Mi piace parlare di sensualità nei miei testi, ma quando scrivo non ho la presunzione di essere maturo. Anzi, direi che sono istintivo, senza il pregiudizio di escludere nulla. L'erotismo mi piace raccontarlo in maniera grottesca, ironica e sofisticata. La scrittura per me è una cosa epidermica».

Una canzone del disco si chiama "Sporchissima poesia". Un ossimoro che ti rappresenta?

«La poesia sublima le cose, ma parte sempre dalla vita vera, riportandola a un altro linguaggio.

A fianco a quella frase sulla poesia c’è anche "scopare in un parcheggio". Non riesco a togliere la possibilità di raccontare tutto e anche il cosiddetto "marcio" in realtà è l'espressione sublimata delle cose concrete. La vita è fatta di quotidianità, quello che cerco di fare quando scrivo è cristallizzarla nelle canzoni, con il mio linguaggio».

Un tema centrale dell'album è l'amore, visto in controluce: un po' nostalgico e poetico, un po' tossico. Non ti riguarda, ma non credi che il concetto sia un po' troppo inflazionato e banalizzato nella musica italiana?

«Inflazionato direi di no: tutto quello che si scrive parte e alla fine è un movimento d’amore. Anche quando parlo d'altro il flusso delle parole è sempre riconducibile alla spinta dell'amore. Sicuramente a volte può essere banalizzato, e lo faccio anche io. Direi che è come quando un bambino fa dei disegni e li dà alla mamma: alcuni ti sembrano più belli e altri più brutti. Il rischio di banalizzare c'è sempre, ma l'intenzione credo sia positiva. E visto che io lavoro così, mi viene naturale pensare che anche gli altri lo facciano. Poi certo, il vocabolario di ogni artista è diverso e l'emozione di chi ascolta è soggettiva. Questione di sensibilità distinte».

Diceva la filosofa Hannah Arendt che la politica è azione, cioè rivelarsi e mostrarsi in pubblico per ciò che si è e per le proprie idee. L'amore, se vissuto a pieno, è un atto politico?

«L’amore è totalmente un atto politico. Direi che però qualsiasi atto quotidiano in fondo è politico. Fare politica è gestire la propria vita in pubblico. Poi certo, la risonanza politica di un movimento artistico è un pochino più evidente, perché muove più persone e ha un una platea di ascolto più grande, ma il concetto vale per ogni azione nello spazio comune. Pensare che le cose che ci succedono attorno siano distanti da noi è l'errore più grande che si possa fare. Io stesso pensavo che una serie di diritti fossero la lotta di altri, ma non è così».

Ti è dispiaciuto che l'Italia non abbia firmato la dichiarazione sui diritti Lgbtqi+ dell'Unione europea?

«Più che aver fatto dispiacere me, direi che è una sconfitta politica, un'umiliazione per tutti. Chi appartiene alla comunità non ha ottenuto ciò che sarebbe giusto: non riconoscere un diritto è un errore per ciascuno e ciascuna, perché non si aiuta l'intera società a crescere in consapevolezza e unione. Nelle nostre manifestazioni in strada c'è un atto poetico, ma anche e soprattutto una concreta richiesta di riconoscimento allo Stato di quanto ci spetta come esseri umani uguali agli altri di fronte alla legge».

Tempo fa in un'intervista Arisa diceva che è la comunità Lgbtqi+ a doversi avvicinare a chi la pensa diversamente, come l'attuale governo, e non il contrario, dimostrando di essere più "normali e wow di quanto sembri". Molti si erano indignati

«La comunità, e ci metto dentro anche Arisa, è un prisma di movimenti con idee diverse, non è un esercito competamente d’accordo su tutto. Ma il nostro punto di forza è richiedere che vengano tutti ascoltati e garantiti. Quando si parla della comunità Lgbtqi+ si pensa che si chieda la libertà di amare, ma ripeto: qui si parla di essere riconosciuti a pieno dallo Stato, con una serie di diritti e istituzioni. Lo Stato italiano deve guardarci come guarda tutti gli altri e garantirci la stessa possibilità di vita, dal matrimonio alle adozioni, di una realtà più "tradizionale" e "socialmente accettata"».

Stai facendo molte esperienze laterali rispetto alla musica. Hai recitato nel film "Finalmente l'Alba" e sei stato due volte giudice ad Amici. Sempre più artisti emergono dai social, mentre i format dei talent show sembrano oramai "vecchi". X Factor è in crisi, The Voice ha virato sull'intrattenimento. L'unico che regge è Amici, chissà per quanto. In futuro i talent sono destinati a scomparire?

«Sicuramente c'è stata una fase in cui il talent sembrava l'unica via, mentre oggi ce ne sono molte altre. Ma per chi fa pop c'è una difficoltà ad emergere e la spiegazione la dà il mercato discografico: rispetto a 10 anni fa vanno più forte indie, rap e trap. C'è molta offerta e gli spazi sono pochi. Il pop ha bisogno di incontrare tanto pubblico e per farlo la vetrina dei talent è quella più accogliente, con l'auditorio più ampio. Io credo che un contesto del genere vada mantenuto. Banalmente, se non ci fossero stati i talent, io non avrei avuto i mezzi e le conoscenze per emergere. Quella realtà mi ha permesso di studiare, di capirmi, di fare gavetta davanti al pubblico. Certo, nei talent deve andare chi si sente giusto e non tutti hanno il carattere per farlo».

Quando entri in un talent, però, ti vincoli a una delle tre grandi case discografiche italiane e se non fai il botto in pochi mesi rischi l'abbandono. A te dopo la vittoria a X Factor, a soli 19 anni, ti dissero che "eri finito"

«La discografia è collegata al talent, ma tante volte si punta il dito sul programma, pensando che siano loro gli sfruttatori. Invece è il mercato discografico italiano e non solo che ha aspetti negativi».

Tu hai fatto pace con questi aspetti negativi?

«Diciamo che non sono propositivo sulla discografia, è un grande tema che rimane dentro di me anche nel presente. E con questo non voglio dire che chiunque nella discografia è tremendo, ma c'è ancora un grande limite e un’ignoranza di fondo».

Ti vuoi togliere qualche sassolino dalla scarpa?

«La velocità con cui si prende per vendere e poi si butta via un artista non rispetta la parte umana e professionale di un esecutore musicale. Questa è una costante con cui combatto ancora tutti i giorni. La rapidità fa a pugni con la qualità. Quando i giovani mi chiedono consigli rispondo: a prescindere dalla casa discografica circondatevi di una squadra di cui vi potete fidare. Perché l'artista non è un dipendente al 100%: non deve lavorare per la casa discografica, ma con la casa discografica».

Tornando ai talent, ti è dispiaciuto per l'esclusione di Morgan da X Factor? Dopo che ti ha fatto da mentore, vi sentite ancora?

«Con Marco mi sento spesso, anche se ora un po' meno rispetto al passato. Lui è un artista vero, una testa musicale, con una bellissima scrittura. Sono tanti anni che diciamo di fare cose insieme, poi la rimandiamo sempre per impegni».

Eppure, intervistato da Nunzia De Girolamo a "Ciao Maschio", ha detto di non avere amici nel mondo musicale

«Io lo conosco principalmente come cantante, non a fondo come persona. Banalmente c'è differenza d'età tra di noi e parlare di certi argomenti di quotidianità forse mi suonerebbe difficile. Ma è una bellissima persona, mi ha fatto capire e vedere le cose in modo diverso. In ogni caso penso che ha colto nel segno: quel tipo di mercato discografico di cui parlavo ha creato tanta competizione tra gli artisti. Pubblicamente c'è una forzatura a dire che siamo tutti amici e io lo trovo sbagliato, in parte un po' falso. Io ho rapporti positivi con tanti artisti, ma gli amici li conti sulle punta delle dita. L'amicizia è una presenza quotidiana, non va confusa con il rispetto, la stima o la simpatia professionale».

Torniamo leggeri: Carlo Conti ti ha portato al successo con Sanremo 2017. Vuoi bissare nel 2025?

«Direi che è presto per parlare di Sanremo, ma con Carlo mi sento molto a mio agio. Se Carlo avesse piacere e mi chiamasse, figurati: a lui io devo tutto e con la canzone giusta sarei felice. Sanremo è sempre sanremo: suoni con un'orchestra spaziale e tutta l'Italia ti guarda. Se a settembre avessi una bella canzone la proporrei di certo».

Intanto sei in tour a teatro con i tuoi concerti. Domani sera all'Auditorium di Roma. Sei emozionato?

«Ogni concerto è emozionante. Questa però è la prima volta che suono all’Auditorium, con uno show pensato solo per la musica. Nei miei precedenti spettacoli c’era una parte di prosa, ora voglio far parlare solo voce e note. Il linguaggio del teatro è il mio preferito e l’audiotorium è uno dei luoghi in cui ho sempre voluto suonare. Ci tenevo ad avere un certo tipo di musicisti e un'atmosfera sonora particolare al mio fianco. La prima data a Milano ha già avuto un impatto emotivo importante su di me e ora non vedo l'ora di suonare a Roma».

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