Marilyn Manson, al Rock in Roma più musica che blasfemia

Mercoledì 26 Luglio 2017 di Andrea Andrei

A Verona possono stare tranquilli. Non sono necessarie altre raccolte di firme o preghiere collettive. E non solo perché tanto il concerto di Marilyn Manson stasera a Villafranca si farà lo stesso nonostante le proteste ed è anche sold-out. Ma più semplicemente perché quello del “Reverendo Manson”, al secolo Brian Hugh Warner, è un concerto metal come tanti altri, e chi era presente allo show di ieri sera al Postepay Sound Rock in Roma può testimoniarlo.
 

 

Solo che lui, da sempre, ha saputo giocare con il ruolo di “Antichrist Superstar” (che è anche il titolo di uno dei suoi album più famosi) con la maestria di chi conosce bene i meccanismi del marketing discografico (Warner ha fatto il giornalista di musica e si vanta di aver coniato il termine “grunge” nella sua recensione di “Bleach” dei Nirvana). Un ruolo costruito e recitato a suon di simboli satanici, Bibbie date alle fiamme e blasfemie varie (è stato, tra le altre cose, accusato di aver ispirato con la sua musica gli esecutori della strage della Columbine High School nel 1999) che l'hanno reso un simbolo a sua volta, contro il quale i benpensanti amano scagliarsi per poi fare, inevitabilmente, il suo gioco.

Di Bibbie in fiamme, ieri all'Ippodromo delle Capannelle, non se ne sono viste. Anche i simboli satanici erano perlopiù solo accennati nell'oscura scenografia, fatta di teli neri e rosso scuro. Insomma, nulla di realmente sconvolgente. Lo spettacolo è più nel parterre, anche se solo fra le prime file: un'abbondanza di costumi e maschere horror, trucchi pesantissimi, borchie e chi più ne ha più ne metta. Una folla comunque ristretta, quella che va in visibilio appena partono i primi potenti accordi di “Revelation #12”, brano che dà inizio alle danze (macabre). Gli altri, la maggior parte, ascoltano composti, in un'atmosfera quasi rilassata. E a dispetto della violenza del suono, di violenza vera al concerto di Manson non ce n'è nemmeno l'ombra. Nemmeno quando lo stesso frontman parla di coltelli e saluta Roma nel suo stile: «Io adoro questa città. L'ultima volta che ci sono stato mi hanno arrestato per atti osceni», dove la formula “atti osceni” è una libera traduzione, visto che Manson naturalmente quegli atti li descrive per filo e per segno e alla fine si diverte anche a chiedere al pubblico la traduzione del termine “cock” in italiano. Ma anche questo, tutto sommato, è solo folklore. Come l'aver trasformato, come “tributo” alla città che ospita il Vaticano, il titolo della canzone “The dope show” in “The Pope show”.
 

 

La vera sorpresa, ed è assai atipico dirlo per un concerto, è stata la musica. Sì, perché a uno show di Manson c'è anche quella, pure se di solito nessuno ne parla. Quindici brani con tre pause per cambiare l'allestimento del palco. Una band solidissima e molto “professionale”, anche se quasi invisibile per lasciare spazio al grande protagonista, ai suoi cappotti di pelle (nonostante le alte temperature romane) e ai suoi travestimenti. Fra questi spicca – il termine è voluto – l'entrata in scena sui trampoli per eseguire la riuscitissima “Sweet dreams (are made of this)”, cover del celeberrimo brano degli Eurythmics. Peccato solo che, per evitare di perdere l'equilibrio, Manson debba restare praticamente immobile anche mentre urla, generando un effetto grottesco. La canzone è comunque talmente bella che gli si può perdonare anche la performance circense. Le cover in effetti sono da sempre uno dei punti di forza del Reverendo, da “Tainted love” dei Soft Cell a “Personal Jesus” dei Depeche Mode, e la soddisfazione del pubblico è sempre notevole. Soddisfazione che si esprime attraverso centinaia di mani al cielo che fanno a ritmo il gesto delle corna, adottato come segno universale del rock e del metal in particolare. Una cosa che col demonio non ha niente a che vedere. Non è blasfemia, si chiama catarsi, e negli esseri umani si manifesta nei modi più vari, e spesso purtroppo in maniera ben più problematica.

In fondo è vero, Marilyn Manson non è più l'estremo performer dei primi anni Duemila. Si è “tranquillizzato”, direbbe qualcuno. Ma comunque la si voglia mettere, di preghiere e messe di riparazione come quella che si celebra stasera al Priorato San Marco di Lanzago di Silea (Treviso) per “compensare” la blasfema visita di Warner, non ce ne sarebbe davvero bisogno. I rosari teniamoli per le cose davvero importanti: se c'è chi su un palco dà fuoco a una Bibbia, agitarne un'altra al vento come una bandiera serve solo a trasformare tutto in un altro show privo di contenuto.

andrea.andrei@ilmessaggero.it
Twitter: @andreaandrei_
 

Ultimo aggiornamento: 28 Luglio, 23:56 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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