La pianista Beatrice Rana a Santa Cecilia: «Donna e salentina: suono controcorrente»

Sabato 16 Novembre 2019 di Simona Antonucci
La pianista Beatrice Rana

«Papà mi veniva a prendere all’uscita di scuola, frequentavo le medie. In macchina trovavo la casseruola con i tortellini fatti da mamma e sul sedile di dietro il cuscino per fare il riposino che per noi del Sud è sacro. Un’ora e un quarto per mangiare e dormire prima di entrare al conservatorio di Monopoli dove mi aspettava il mio maestro di pianoforte, Benedetto Lupo: è da lui che ho imparato tutto».

Beatrice Rana, 26 anni, è una pianista di fama mondiale, le sue Variazioni Goldberg sono state definite nel 2017 dal New York Times tra le migliori registrazioni dell’anno, mentre la Bbc l’ha nominata New Generation Artist. E ora è attesa a Santa Cecilia, a Roma, il 20 novembre, dove suonerà anche brani dell’ultimo disco, inciso per la Warner e dedicato a Stravinskij e Ravel. Alle 20,30, nela Sala Santa Cecilia del Parco della Musica, eseguirà Studi op. 25 di Chopin, Iberia vol.3 di Albeniz e Tre movimenti da Petruska di Stravinskij: «Un viaggio a Parigi lungo un secolo, l'Ottocento», spiega, «con un giovane Chopin innamorato, i profumi spagnoli di Albeniz e la rivoluzione di Stravinskij».
 
Cavaliere della Repubblica, Beatrice Rana è una luminosa donna bruna, salentina, fiera di sentirsi «frutto della scuola italiana, eccellente e gratuita» e di aver intrapreso il cammino verso le sale da concerto di tutto il mondo (il Musikverein di Vienna, la Philharmonie di Berlino, la Scala di Milano la Carnegie Hall di New York) partendo da Arnesano, alle porte di Lecce «dove le bande del paese sono un’istituzione e le signore anziane sono tutte melomani: quando arrivavano i cantanti a prendere lezione dai miei genitori, si sistemavano con le seggioline di casa sotto le finestre e trascorrevano il pomeriggio a godersi le arie».

Il contrario di un cervello in fuga.
«Dopo il liceo, mi sono trasferita per quattro anni in Germania. Fondamentali, certo. Anche per scoprire quanto sono italiana e meridionale. Che nel nostro Paese abbiamo tanti insegnanti preparati. E tanti musicisti eccellenti. Sono tornata a Roma e non me sono più andata, se non per fare concerti e registrazioni o per andare in Salento dove ho creato un piccolo festival, “Classiche Forme”, dedicato alla bellezza della musica e della mia Terra».

Nel curriculum di molti suoi colleghi compaiono scuole internazionali...
«Per me è un vanto aver studiato in una scuola pubblica, gratuita, di un piccolo centro di provincia e per giunta del Sud. Dopo la Germania ho incontrato il Maestro Pappano, l’Accademia di Santa Cecilia che all’estero sono orgoglio italiano. Gli stranieri hanno molta più considerazione della nostra tradizione di quanta non ne abbiamo noi».

Mercoledì 20 novembre sarà proprio a Santa Cecilia con il suo nuovo concerto. Un viaggio parigino? 
«Sono felice di tornare a Santa Cecilia. Mi considero un po' una figlia dell'Accademia. Il Maestro Pappano mi ha dato opportunità straordinarie. La mia tornée l'ho fatta con loro. E anche il mio primo cd. Ora porto a Roma il mio sogno parigino. Si comincia agli inizi dell'Ottocento, con uno Chopin giovanissimo, ancora non famoso, perso d'amore per una donna polacca. Con i suoi studi seduce Parigi e forse anche la signora dei suoi sogni. Il brano di Albeniz, un compositore che ho cominciato a frequentare quest'anno, è un omaggio alla sua terra, intriso di profumi spagnoli e nostalgia. E poi c'è la bomba Stravinskij. Lui inventò un nuovo modo di scrivere la musica. Un genio che allora creò un vero e proprio scandalo. Il repertorio per pianoforte è sconfinato, tutto da scoprire e riscoprire». 

Meridionale e donna: il suo successo ha sfatato molti luoghi comuni?
«In un mondo maschile e maschilista come quello della musica classica, per una donna, riuscire ad affermarsi non è scontato. Io non l’ho mai considerato un limite, ma un punto di forza».

Ed è un pensiero condiviso dai colleghi?
«Nel mondo della comunicazione e del marketing, ora funziona molto. Direttore d’orchestra donna... Pianista donna... Anche se non mi piace essere definita così. Per gli uomini non si dice mai».

E lei perché considera la femminilità un punto di forza?
«Le grandi figure femminili sono state spesso nell’ombra, ora ci sono più voci e anche l’arte acquista nuove sfaccettature».

Lei è giovanissima e già famosa, ma crede che gli uomini esercitino forme di potere e di ricatto su colleghe più inesperte o indifese che si affacciano nell’ambiente musicale?
«Sì».

Esiste una solidarietà tra donne musiciste?
«Io non amo le quote rosa. Bisogna incoraggiare e supportare, ma è la qualità che deve guidare le scelte. Non nascondo, però, che vivo con grande gioia la condivisione di un concerto o di un progetto con una collega compositrice o direttrice d’orchestra».

Dei tanti premi che ha ricevuto, qual è la medaglia che le ha cambiato la vita?
«Quando ho vinto il concorso di Montreal ero giovanissima, dovevo ancora fare la maturità. Solo due anni dopo, quando è arrivato il “Van Cliburn mi sono resa conto che nulla sarebbe rimasto uguale».

Non si è dovuta mai fare la domanda: che cosa farò da grande?
«E invece sì. Perché a un certo punto intuisci a che cosa andrai incontro. E lo devi fortemente volere. Ma la risposta è arrivata immediata senza musica non sarei riuscita a sopravvivere».

Perché?
«La stessa sensazione che potrebbe provare una persona che parla. E che poi diventa muta».

Che differenza passa tra una rockstar e una star della classica?
«Non oso immaginare le pressioni che subiscono i colleghi del rock. La classica, comunque, è un ambiente di nicchia. Forse il divismo esiste di più nel mondo della lirica. Anche perché noi italiani siamo tutti un po' melodrammatici!».

Ha mai paura prima di suonare? 
«Se avessi paura dovrei cambiare lavoro. Adrenalina, sì».

Una volta ha detto che le Variazioni Goldberg sono un'esperienza trasgressiva. Perché?
«L'ascolto ti costringe a vivere con altre persone la stessa, potente, esperienza emotiva, in silenzio. Ottanta minuti senza social».   

Trova tempo per l’amore?
«Sì. Il tempo si trova sempre se si considera un rapporto, un amore o un’amicizia, importante».

Un uomo che la sta accanto non teme di essere considerato una figura in secondo piano?
«Le donne che hanno vissuto accanto a uomini importanti spesso sono state nell’ombra. Chissà, forse nel Terzo Millennio succederà il contrario». 

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