Ian Anderson: «Non sono una rockstar: rifiutai di andare a Woodstock. E feci bene»

Domenica 5 Aprile 2015 di Marco Molendini
Ian Anderson non è una rockstar: non ha voluto esserlo. Nel '69 gli chiesero se voleva partecipare con i Jethro Tull, freschi del primo album di successo, Stand up, al più leggendario dei festival, quello di Woodstock. Rispose di no: «E feci bene - ricorda oggi -. Saremmo stati etichettati con un'altra delle band di Woodstock e io non volevo essere associato a quell'ambiente fatto di hippy, droga e via dicendo. Sono molto felice di aver fatto quella scelta».



È un tipo strano, l'istrionico sessantasettenne flautista e vocalist scozzese. Almeno lo è secondo i clichè del rock popolati da vite maledette, bruciate dal vizio e dagli eccessi. «Non sono mai stato portato a imitare gli altri, sia musicalmente che nei comportamenti. Mi piace essere diverso» racconta. E l'ha pensata così, anche quando decise di scegliere come suo strumento il flauto, che è del tutto estraneo alla musica rock: «Era la trovata che ti faceva subito distinguere dagli altri - ammette -. E poi era semplice da maneggiare e mi permetteva di suonare linee blues senza cadere nei luoghi comuni della Motown».



Per rimarcare la sua voglia di essere diverso dagli altri, aggiunse anche un tocco quasi circense: suonare appoggiandosi a una gamba sola.

«Era uno scherzo, certamente non cambiava il mio modo di suonare. Era una forma di marketing, aiutava la gente a riconoscermi, così come si conoscono i colori della British airways o dell'Alitalia».



Rock e droga sono sempre andati a braccetto, lei è una mosca bianca anche in questo senso.

«Molti pensano che la droga aumenti la creatività. È una solenne boiaia. E io ho fatto questa scelta fin dal 66. Una decisione maturata stando vicino a ragazzi con i segni sul braccio e imbottiti di pillole e leggendo la storia di geni distrutti dall'eroina come Charlie Parker. L'ho detto fin da allora: non sono uno di voi. Non ne ho bisogno. Avrei potuto morire come tanti, invece sono ancora in buona salute. Ho fumato sigarette, ma non sono mai stato dipendente dalla cocaina o da altre cose. Al massimo posso averle usate in sporadiche occasioni per divertimento».



Lei va ancora in giro suonando la musica dei Jethro Tull, molti si chiedono se un giorno la band tornerà nella formazione col chitarrista Martin Barre, che per tanti anni è stato al suo fianco.

«Non mi piace chiudere definitivamente le porte, ma oggi Martin va nella sua direzione e io l'ho anche incoraggiato a farlo. Sta lavorando duro e ha avuto buoni risultati. Ma è uno che non comunica e non l'ha mai fatto con nessuno dei tanti musicisti con cui ha suonato dagli anni 70 in poi. Così non lo sento, anche se ho provato a restare in contatto. Con tutti gli ex Jethro tull ci vediamo, ci chiamiamo, andiamo a cena assieme. La musica dei Jethro Tull, comunque, è sempre presente in tutti i miei concerti. In questo prossimo tour nella prima parte suono il nuovo disco Homo Herraticus e nella seconda, che dura un'ora e un quarto, il repertorio storico della band».



Sta dicendo: i Jethro Tull sono io.

«Me lo dicono da 40 anni. Prima di tutto però Jethro Tull è l'agronomo inglese del Settecento da cui abbiamo preso in prestito il nome. Poi c'è il repertorio, ci sono tutte le canzoni e i dischi fatti. E c'è la gran famiglia dei 26 musicisti che, in tutti questi anni, hanno suonato nella band oltre me. Non siamo come i Cream identificabili con Eric Clapton, Jack Bruce e Ginger Baker. Non siamo come i Rolling riconoscibili con Mick Jagger, Keith Richards, Charlie Watts, Ron Woods. Jethro Tull sono stati tanti, con un band leader, come lo era Frank Zappa coi suoi Mothers of invention».



A proposito di Jack Bruce, il suo nome è stato annunciato assieme a quelli di Ginger Baker, di Phil Manzanera, di Vernon Reaid e Joss Stone in un superconcerto in sua memoria che si svolgerà ad ottobre.

«È stato un grande amico, l'ho conosciuto ancora prima dei Cream. La figlia mi ha chiesto se volevo far parte del cast è sono felice di poter esserci».



Tornando alla sua diversità rispetto al mondo del rock, si dice che lei sia anche un ottimo amministratore di se stesso.

«Non ho simpatia per quelli che dicono: sono musicista, non mi occupo di questioni economiche. Sono forme di pigrizia che detesto. Poi magari si lamentano perché qualcuno li ha truffati. Io ho fatto la scelta di amministrarmi dal 74. Ho fondato una compagnia di edizioni e ho registrato il marchio Jethro Tull. Si, sono un ragazzo pratico e penso che una parte del mio lavoro sia anche questo».



Un lavoro da ragioniere.

«Ci si può divertire anche a essere pragmatici. Io faccio tutto, anche il travel agent: prenoto i voli, gli alberghi. Controllo le quotazioni dell'euro, della sterlina, del dollaro. Decido come fare i contratti. Mi occupo di pagare i musicisti. Ho la fortuna di alzarmi la mattina alle 6. Le prime tre ore sono dedicate agli aspetti commerciali. Poi, al pomeriggio, posso anche provare la musica».



Ian Anderson sbarca in Italia il 16 aprile a Padova, poi c'è Milano il 17, Cesena il 18, e Roma il 20 alla Conciliazione. Nella prima parte del concerto intitolato The Best of Jethro Tull & New Album Homo Herraticus spazio al nuovo disco, nella seconda tuffo profondo nel passato. Un concerto già testato in giro per il mondo e che cura molto l'aspetto visuale: «Per presentare i vari brani ci sono dei video e dei recitativi cantati» spiega Anderson. Ultimo aggiornamento: 15 Aprile, 11:43

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