Eddie Vedder a Firenze, quando il rock riesce a dare il meglio di sé

Domenica 16 Giugno 2019 di Andrea Andrei
dal nostro inviato

FIRENZE
È uno degli ultimi eroi del rock. Ed è quello che incarna meglio l'icona più empatica e più genuina di un genere musicale che nel suo caso va ben oltre le note. Un concerto di Eddie Vedder, che al fianco del cantautore irlandese Glen Hansard macina show e chilometri con chitarra e ukulele al seguito, è un'esperienza umana, prima che artistica. Lo sanno bene i fan che lo seguono ovunque, come i 30 mila arrivati ieri al Parco delle Cascine per la terza giornata di Firenze Rocks (si chiude stasera con Editors e The Cure) e come quelli che lo seguiranno domani a Barolo, per l'apertura del festival Collisioni. Proprio a Firenze, nel 2017, il leader dei Pearl Jam tenne un concerto epocale, con tanto di stella cadente apparsa alle sue spalle mentre cantava "Imagine" di John Lennon.

LA PERFORMANCE
Una performance ad altissima tensione emotiva, giunta solo un mese dopo il suicidio del suo amico e collega Chris Cornell. Una performance difficile da ripetere. Ma la magia di questo 54enne americano che grazie alla sua passione è uscito (quasi) illeso da un periodo turbolento come quello del grunge degli Anni 90, è che quando è sul palco ogni show diventa unico.

Eddie entra in scena e si mette subito a suonare "Cross river", ma il vero saluto iniziale è su "Elderly woman behind the counter in a small town", con il pubblico che intona un liberatorio «I just want to scream hello». È il segnale di una comunità che si ritrova, che si riabbraccia. Una comunità che si stringe attorno alla figura positiva di un cantante che sa dare valore alla vita e ai legami. E infatti Eddie finalmente si scioglie in un sorriso di gioia come quando si ritrovano degli amici cari che si incontrano di rado. Ma ogni volta è bella come la prima, e lui lo dimostra. Si muove in un ambiente intimo, beve spritz e vino rosso e brinda come a scacciare il pensiero di quella responsabilità. Affoga tutto nella musica, nel dolore della perdita, nella felicità di essere vivi. Nelle note di "I am mine" e in quelle di "Immortality". «Sono sempre un po' nervoso quando suono qui. Questo Paese significa così tanto per me e per la mia famiglia», dice come a volersi scusare. E poi, con accanto il quartetto d'archi olandese Red Limo che lo accompagna in tour in Europa, inanella una serie di dediche. Suona "Wildflowers" per Tom Petty, «un amico che mi manca moltissimo», "Just breath" «per Franco Zeffirelli», "Sleeping by myself" «per mia moglie, che rivedrò solo alla fine del tour», "Better man" per i compagni dei Pearl Jam, «i miei Mike, Matt, Jeff e Stone».


Ma è l'immancabile "Black" il fulcro emozionale dello show, con quel coro finale che il pubblico continua a cantare anche quando la canzone finisce. Sale sul palco anche Hansard, per duettare sulla sua "Song of good hope" e su una splendida versione di "Society". Stavolta le stelle non cadono, ma la luna sta lì a guardare un prodigio che, nella sua semplicità, si rinnova ogni volta. Vedder continua a suonare per due ore (fa anche una cover con l'ukulele di "Should I stay or should I go" dei Clash) e affida il finale a "Big hard sun" e "Rockin' in a free world", cover di Neil Young che è stata adottata dai Pearl Jam e che è diventata un vero e proprio inno di libertà e liberazione. Finché c'è rock, c'è vita. E la speranza basta cercarla negli amici, anche quelli che incontri raramente. Ma che ci sono sempre. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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