Cecilia Bartoli al Teatro del Maggio di Firenze: «Sarò uomo e donna per amore di Farinelli»

Lunedì 5 Ottobre 2020 di Simona Antonucci
Cecilia Bartoli

«Una donna musicista fatica molto più di un collega uomo. È così. Basta contare le manager. Sono molte più numerose le dirigenti di azienda che le direttrici dei teatri. Però si arriva. Con forza di volontà, certo, ma sopratutto con degli argomenti».

Cecilia Bartoli, 54 anni, romana, artista e cantante straordinaria, con tutti i suoi argomenti è diventata un modello per generazioni: femminile e vulcanica (sulla copertina del suo disco-omaggio a Farinelli compare a spalle nude, con barba e baffi) dotata di una perfetta tecnica, musicalità e carisma, è un’interprete lirica moderna, capace di combinare creatività e ricerca, passione e doti manageriali.

IL TRIONFO DEL TEMPO E DEL DISINGANNO
E l’8 ottobre sarà protagonista a Firenze, al Teatro del Maggio di “Omaggio a Farinelli”, composizioni di Händel, Porpora, Hasse, Telemann, Vivaldi: arie e musiche da Ariodante, Il trionfo del tempo e del disinganno, Giulio Cesare in Egitto, Amadigi di Gaula, Orlando Furioso, Rinaldo.

ZUBIN MEHTA
Un ritorno a Firenze, dopo 28 anni, con il progetto di rincontrarsi a Salisburgo al Festival di Pentecoste, che dirige, per un concerto del Coro e l’Orchestra del Maggio e la Tosca di Puccini, diretta da Zubin Mehta nella quale si è ritagliata un cameo: il pastorello che fu il suo primo ruolo quando era una bambina di 9 anni.

Farinelli l’ha stregata: che uomo era il più famoso cantante lirico castrato della storia?
«Mi sono innamorata in primis della musica che hanno scritto per lui. Arie straordinarie, patetiche, languide, che sapeva porgere con assoluta padronanza, talento. E intelligenza. Era una star, ma anche un uomo molto colto, gradevole. Si racconta che venne chiamato alla corte di Spagna per aiutare il re, Filippo V, a uscire dalla depressione. Se sia vero e se la sua voce funzionò come uno psicofarmaco, chi lo sa. Farinelli, sicuramente, ricevette anche incarichi politici».

Come si trasforma in Farinelli, in scena?
«Grazie a un grande baule, con “arie da baule”, cavalli di battaglia che i cantanti eseguivano anche all’interno di altre opere, e abiti da baule sia maschili che femminili. Lo trascino sul palco e ci gioco, mi cambio, mi travesto. Non sarà un recital ma uno spettacolo».

Che persona era secondo lei?
«Farinelli era una popstar. Lui ce l’aveva fatta. Nel Settecento venivano castrati, per cantare, anche mille bambini l’anno. Spesso poverissimi. E non tutti avevano successo. Lui, invece, era richiesto ovunque».

Cinque Premi Grammy, 12 milioni di dischi e video venduti, la rendono l’artista classica di maggior successo dei nostri tempi. Direttrice artistica del Festival di Pentecoste di Salisburgo e dal 2023 la prima donna a guidare l’Opera di Montecarlo: anche lei è una “popstar”. I momenti decisivi della carriera?
«Gli studi al Conservatorio di Santa Cecilia, il debutto a Roma come Rosina ne Il Barbiere di Siviglia. E l’incontro con direttori come Barenboim, Karajan e Muti. La nuova etichetta discografica, le performance filologiche e la collaborazione con “Les Musiciens du Prince–Monaco”... Ma comincerei da mia madre. Il lavoro con lei, insegnante di canto, è stato fondamentale. Entrambi i miei genitori lavoravano nel coro del Teatro dell’Opera e di Santa Cecilia e io da piccolissima ho assorbito un repertorio infinito, semplicemente stando accanto a loro. Poi il Conservatorio e le passeggiate nelle Chiese del centro di Roma. Forse anche da lì è nato il mio amore per la musica barocca, per quell’epoca».

La prossima edizione del suo Festival di Pentecoste sarà dedicata a Roma. Che cosa conserva nel cuore della sua città?
«I ricordi da bambina. Sono cresciuta a Monteverde proprio di fronte a Villa Pamphilj. L’erba era altissima. Non era ancora aperta al pubblico. Una magia. Ora mi lega alla città un amore un po’ conflittuale. È bella e complicata. Un’impresa per chi ci vive. Ci torno spesso per lavoro e poco prima della pandemia avevamo avviato un progetto con il Teatro dell’Opera. Speriamo si possa realizzare. Per il Festival ho selezionato un repertorio di artisti che hanno composto musiche a Roma o ispirati dalla città. Il racconto di Händel è inquietante. Arrivò nel pieno della peste, con i teatri chiusi... Il suo Il trionfo del tempo e del disinganno andò in scena a Palazzo Pamphilj: un oratorio, ma in verità arie d’opera sotto forma di oratorio, per cantanti castrati. E poi, naturalmente, faremo Tosca diretta da Zubin Mehta».

Ma si ricorda ancora quando a nove anni fece il pastorello in Tosca a Roma?
«Certo. Tutti debuttano così. Ma io, almeno, ho avuto il privilegio di farlo in romanesco». 

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