#Contiamoci, il jazz e la discriminazione di genere. Quando anche nella musica il potere è dell'uomo

Giovedì 18 Giugno 2020 di Leonardo Jattarelli
Le International Sweethearts of Rhythm
Forse pochi sanno che quando Michael Curtiz si apprestava a girare Casablanca, venne assoldato per la parte del mitico pianista Sam un certo Dooley Wilson. Che in realtà non era un pianista ma suonava la batteria in una piccola orchestrina della sua cittadina, Tyler nel Texas. Dunque, chi in realtà muove le mani sul pianoforte mentre Rick-Bogart beve whisky per dimenticare è Elliott Carpenter, nascosto sul set proprio dietro Dooley Wilson. Ma altrettanto pochi sapranno che in realtà il ruolo di Sam doveva essere interpretato da una donna. E quella donna che superò il provino era nientemeno che la giovane Ella Fitzgerald. Ma negli Anni ‘40 già aver scelto un nero per la parte dell’amico-confidente di un bianco era un fatto rivoluzionario. E Curtiz nella sua geniale, coraggiosa intuizione social-cinematografica non ebbe la caparbietà di spingere fino in fondo l’acceleratore. Una donna nera e musicista, beh forse era veramente osare troppo.

All’inizio nel jazz furono le cantanti a rappresentare un modello molto libertario. Da Bessie Smith, “l’Imperatrice del Blues”, negli Anni Venti portavoce di un nuovo modello sociale, l’afroamericano affrancato dai latifondi del Sud, a Lil Hardin che sposò Louis Armstrong e lo guidò in veste di manager-musicista al grande successo. 
Poi venne il periodo delle cantanti da Big Band, le “canaries” (Canarine) come piccoli uccelli ingabbiati ma c’era anche chi cercò e riuscì ad imporsi: Billie Holiday era cantante e strumentista; Ella Fitzgerald seppe guidare la big band del suo scopritore Chick Webb quando questi morì; Sarah Vaughan fu assunta come seconda pianista, oltre che cantante, da Earl Hines; Anita O’Day rifiutò gli abiti vaporosi e pretese di indossare la stessa divisa degli orchestrali con cui suonava. Fu poi la volta delle Girl Bands, gruppi di sole donne che durante la seconda guerra mondiale presero il posto degli uomini che andarono al fronte. Su tutte, le International Sweethearts of Rhythm. Ma l’elenco delle grandi musiciste sarebbe lungo: dalla trombettista Valaida Snow all’organista Shirley Scott all’arpista Dorothy Ashby oltre alle compositrici Mary Lou Williams, protagonista dello Swing e anticipatrice del bebop; la trombonista Melba Liston ecc.


Tutto questo ci introduce all’annosa questione della discriminazione di genere nella musica e, in particolare, proprio nel jazz. Dopo numerose indagini, la formazione di diversi movimenti femministi, oggi si torna a parlare del “caso” anche in Italia. Il 22 giugno l’Associazione Culturale #JazzMine lancerà il questionario #CONTIAMOCI (con scadenza 31 ottobre) diretto a musiciste/i jazz e operatrici/ori dello spettacolo. Il presidente di #JazzMine è la musicista Cecilia Sanchietti, batterista nota nel settore, che ci spiega: «Si tratta di una raccolta dati che vuole fotografare la presenza in Italia di artiste e artisti attivi nelle arti improvvisate e a fare luce sulle opportunità professionali e le difficoltà incontrate dai due sessi in questo settore. L’obiettivo del questionario è sia statistico/quantitativo, vale a dire raccogliere i numeri della presenza in Italia di artisti attivi nelle arti improvvisate, sia qualitativo; evidenziare cioè le diverse difficoltà incontrate dai due sessi nel proprio percorso di crescita professionale, così da avere un’impressione immediata del fenomeno». 


I dati finora non sono chiari e rimangono frammentati e quindi l’indagine di #JazzMine è quantomai preziosa: «Si tratta di un modo nuovo di affrontare la questione - prosegue Cecilia Sanchietti - partendo dall’esigenza di accendere prima di tutto una luce sui dati, per poi agire con attività future educative, di policy, artistiche. Sarà quindi solo un primo step utile a capire dove siamo per programmare meglio i prossimi passi in parte già definiti: seminari e momenti formativi per docenti nei Conservatori, documenti politici indirizzati ai Festival per avere una maggiore rappresentanza nei palinsesti, attività artistiche live maggiormente equilibrate ed educazione nelle scuole sul gender balance». 
I musicisti coinvolti nel comitato artistico sono, oltre al presidente Sanchietti, Ada Montellanico, Susanna Stivali, Michela Lombardi, Angelo Olivieri, Marilia Vesco, il critico musicale Pier Luigi Zanzibar, Valentina Capone, Francesca Marzo, Pierluigi Zanzi e Loredana Franza da Stoccolma che è la promoter artistica e direttrice di Elle Effe Events. L’azione di #JazzMine parte nel particolare, delicato periodo post-lockdown, nel quale la musica e l’arte in generale trovano supporti quasi inesistenti: «Siamo coscienti del momento particolare che stiamo vivendo e delle tante diverse priorità a cui ognuno di noi deve rispondere. Siamo però convinti che una reale ripartenza del Paese possa avvenire solo nel confronto costruttivo per raggiungere la totale cancellazione di ogni forma di disuguaglianza - conclude la Sanchietti -.  Per questo motivo sentiamo l’esigenza e la responsabilità di continuare a lavorare per una questione importante e mai risolta come il gender balance, nella cultura in generale e in particolare nel nostro mondo musicale». Il link per partecipare e compilare il questionario è www.jazzmine.eu/jazzmine/index.html
Ma per avere un’idea più completa e supportata da dati certi sulla discriminazione di genere nella musica, la ricerca si sposta in America e abbraccia l’infinito settore del pop. Lo studio è uscito nel 2019, condotto dall’#AnnenbergInclusionInitiative del Sud della California, il principale think tank del mondo a studiare diversity e inclusion nell’intrattenimento.




Lo studio analizza la situazione dell’industria musicale statunitense tra il 2012 e il 2017. Su 600 brani usciti sul mercato, la presenza di pezzi di artiste femminili è il 16,8% rispetto all’83,2% di quelli di artisti uomini. Su 2.767 cantautori accreditati, solo il 12,3% è di sesso femminile e degli oltre seicento produttori presi in analisi, il 98% sono uomini e solo il 2% donne. In Italia, uno studio #Nuovoimaie ha evidenziato come la percentuale delle interpreti femminili nella fascia di età 18-34 anni è del 12,52%, in linea quindi con quella degli Stati Uniti. È tempo di rivoluzione, dunque. O almeno di un principio di vero cambiamento. E l’iniziativa di #JazzMine diventa preziosa. 


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