Calcutta, il fenomeno del web allergico alla fama: «Io a un talent non andrei mai»

Domenica 15 Maggio 2016 di Simone Canettieri


Cantano di piccole cose che accadono in grandi città. Sono post ideologici, quanto basta. Tanto che non sgomitano per salire sul palco del Primo Maggio a San Giovanni. Ma raccontano gli amori e le ansie (nel senso più tondo del termine: dal traffico al lavoro) di una generazione abbastanza apolitica che preferirebbe «perdersi in un bosco piuttosto che in un posto fisso». Ma per forza di cose bombardata da informazioni, e costretta quindi a farsi un'idea un po' su tutto. Cantautori indipendenti, che ai talent show rispondono con la condivisione virale sui social network. O il concerto improvvisato nel tinello di un amico o in un locale, con tessera all'ingresso, nelle periferie metropolitane così gentrificate e di tendenza. Su questo il Pigneto, a Roma, ha fatto scuola: tra localini, club, secret bar e cibo da strada. «E domani che si fa? Boh, mo' vediamo. Di sicuro non mi vedrete a Sanremo».

DA LATINA
Calcutta, nome esotico che si nasconde dietro al cappellino di Edoardo D'Erme, 27 anni da Latina, è la nuova stella di questo fenomeno (i precursori sono stati I Cani, poi ecco i Thegiornalisti, Motta e così via: tra di loro, assicurano, sono tutti amici, forse). Il suo segreto, che lo rende così pop, è che piace anche alle mamme e non solo ai figli. Nonostante le basi elettroniche, e alcuni video tanto dolci quanto situazionisti. Ma se glielo fai notare che è un talento e ha sfondato dopo almeno 4 anni di gavetta e birre calde, Calcutta ti guarda serio e ti fa: «Ah, sì, davvero? Tranquillo. Cioè lo so, vediamo». Underground e trasversale, hipster come brodo ma con la pretesa (ben riuscita) di parlare appunto a tutti. Al grande pubblico. Al Mainstream, come da titolo provocatorio quanto poi profetico del suo ultimo album, uscito nel novembre scorso e campione di ascolti su YouTube e di incassi ai botteghini.
I suoi pezzi sguazzano nella rete e superano il milione e mezzo di visualizzazioni. Piacciono a tutti, ma anche, e qui c'è il campanello, alla gente che piace: da Jovanotti a Paola Turci. Ne parlano tutti un gran bene. Certo, il tormentone calcuttiano «apro il giornale e c'è Papa Francesco e il Frosinone in serie A», ora è un po' meno attuale per motivi calcistici. Ma per il resto ci sono fotografie nella sua scrittura originale e tonda («Ho fatto una svastica in centro a Bologna ma era solo per litigar», «Suona la fisarmonica, fiamme nel campo rom») che “passano”. E diventano citazioni su Facebook, aforismi su Twitter («Pesaro è una donna intelligente» oppure «Non ho lavato i piatti con lo Svelto, e questa la mia libertà»). E poi cover da far cantare ad altri, ripresi da uno smartphone, nel nome di una condivisione democratica molto orizzontale come la società che sarà in mano alla Millennial Generation.

 

 
IL PERSONAGGIO
E insomma, com'è vivere da Calcutta: antidivo non per moda ma per natura? «Non sento più l'ansia generazionale che avevo prima di questa fase, adesso seguo, un altro percorso. Forse sono un po' dissociato di mio». Parteciperesti a un talent show? «Mai, e non ne ho più bisogno». Sanremo non lo stuzzica, giura. Al posto del Primo Maggio di San Giovanni, preferisce quello di Taranto. «Mi sembra un po' più sensato, no?». Apolitico? «Prepolitico», scherza. Allora, un po' nichilista? «No, sono tranquillo», e non è una risposta ma sembra un grido di battaglia. Canta e scrive e «poi vediamo». Con il primo album ha girato l'Italia. Adesso è in cantiere il secondo («Quattro pezzi già scritti») a fine maggio ripartirà per tour e serate. Una dissociazione molto normale. Frosinone, per esempio, racconta di averlo concepito il Primo maggio di un anno fa: la sua ragazza di allora era andata via a trovare la famiglia e «io mi sono messo con la chitarra e il computer a luci spente tutto il giorno a scrivere». Non c'è il mal di vivere, a prima vista. E nemmeno la voglia di farsi dondolare dal vagone gucciniano. Ma appunto «tranquillanza». Quella della serate al Pigneto (al Fanfulla o Dal Verme, ora chiuso con polemica) ma anche al Monk. Che ora però sono diventate date fisse in giro per l'Italia, manager che ne curano l'immagine, l'intervistona finale all'ultimo Festival del Giornalismo di Perugia (in coppia con I Cani) con tanto di impegnativa domanda: «Come sopravvivere all'hype?». Cioè, come non farsi risucchiare dal virus della condivisione internettiana? Ieri Calcutta è stato ospite a Il Messaggero. Un caso, che si trovasse a Roma: aveva una serata per cantare i pezzi di Cesare Cremonini («Così per divertirmi, stile karaoke»). È andato tutto liscio, Alessandro il «Presidente» aveva già sminato la strada per schermarlo da un mondo parallelo che non lo attrae. Domande classiche risposte giuste e taglienti, a volte smozzicate ma sicuramente «tranquille».

SUL TETTO
È stato il fuoriprogramma a riportare Calcutta nella sua dimensione: chitarra trovata quasi per caso, mini-concertino live su Facebook sul tetto di via del Tritone. Niente tangenziale sullo sfondo ma Cupolone e Quirinale. Morale? Il pezzo è subito diventato virale. «A quanto stiamo di visualizzazioni? Io non ci guardo, ma solo per curiosità, eh», è stato l'ultima domanda prima di rullarsi una sigaretta per andarsene con il «Presidente». A volerlo per forza catalogare sarebbe un po' Battisti e un po' Rino Gaetano, ma a lui piacerebbe lavorare «con Carboni per capire come crea». Lo rivedrete? Boh, forse sì. Vediamo. Tranquillo, insomma.
Simone Canettieri
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Ultimo aggiornamento: 19 Maggio, 14:12

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