Bill Evans, l'intellettuale del jazz che amava Ravel e Debussy

Mercoledì 16 Settembre 2020 di Leonardo Jattarelli
Il pianista Bill Evans


Era bellissimo, forse troppo secondo l’iconografia dei jazzisti di ogni tempo. Con i suoi occhiali leggeri, montatura nera da intellettuale, alto ed elegante, capelli impomatati, curvo sul suo pianoforte che era in qualche modo il prolungamento della sua anima. Quarant’anni fa se ne andava William John “Bill” Evans, uno dei più grandi pianisti di tutti i tempi. Non era solo Jazz, non era solo Classica la sua mano che sfiorava i tasti quasi a non voler ferire, ma accarezzare un’idea di musica che partoriva con la genialità che gli aveva regalato l’amore per l’improvvisazione. Non vogliamo ricordarcelo nei suoi ultimi anni di vita, capigliatura hippie, baffo inguardabile, denti “mangiati” dalla droga. Bill Evans è sempre rimasto il bambino di Plainfield che giocava con suo fratello maggiore, Harry, che si narra fosse ancora più bravo di lui. Il padre alcolizzato e maniaco del gioco d’azzardo e Bill, ancora piccolo, che strimpellava ciò che il fratello suonava. 
Durante l’infanzia, Bill studiò musica classica: Bach, Mozart, Beethoven, Schubert e Ravel erano i suoi autori preferiti. Tra le sue influenze, citava Petrushka di Stravinsky, il pianismo di Claude Debussy e la Suite Provençale di Milhaud, il cui particolare linguaggio armonico gli «aprì la mente verso altri orizzonti». Sempre nello stesso periodo, iniziò ad avvicinarsi al jazz quando sentì in radio l’orchestra di Tommy Dorsey e di Harry James.

Bill Evans con John Coltrane

«Ero molto felice e sicuro fino a quando ho fatto il militare. Poi ho iniziato a pensare che c’era qualcosa che ignoravo e che avrei dovuto sapere» disse una volta Evans. In una rara intervista del 1960 di Don Nelsen per “Down Beat”, Bill Evans allora trentunenne, si raccontava con disinvoltura, malgrado il suo carattere timido e solitario. Il giornalista descrive: «Freud, Whitehead, Voltaire, Margaret Meade, Santayana e Mohammed, sono tutti lì e, naturalmente lo Zen. Si può arguire che, con lo Zen, Evans sia colpevole di seguire un trend intellettualistico dato che tutti sanno che Kerouac, Ginsberg &Co detengono l’esclusiva della filosofia Orientale? Evans fa un gesto di rassegnazione con la mano e dice: “Ero interessato allo Zen ben prima dell’inizio del suo big boom. Lo avevo scoperto giusto prima di essere congedato, nel 1954. Un amico, aveva conosciuto Aldous Huxley che gli aveva segnalato lo Zen come cosa da approfondire. Allora era quasi impossibile trovarne traccia nella letteratura ma, finalmente riuscii a trovare del materiale nella libreria Filosofica di Manhattan. Ora, lo puoi trovare in qualsiasi drugstore. Non pretendo di capire lo Zen come filosofia ma lo trovo confortante e molto simile al jazz. E’ come il jazz che non puoi spiegare a chiunque senza farne l’esperienza.

Nel luglio 1950, Evans entra a far parte della band di Herbie Fields, a Chicago. Nell’estate dello stesso anno, il gruppo avvia un tour di tre mesi con Billie Holiday, esibendosi su palcoscenici di rilievo, quali l’Apollo Theater ad Harlem, e in città come Filadelfia, Baltimora e Washington D.C.. Componenti del gruppo erano, Jimmy Nottingham, Frank Rosolino e Jim Aton. Dopo essere tornato a Chicago, Bill e Aton continuano a collaborare spesso in duo in vari club, a volte con la partecipazione di Lurlean Hunter.
Evans entra a far parte del sestetto di Miles Davis con il quale nel 1959 registra l’album Kind of Blue. Molte delle sue composizioni, come Waltz for Debby, sono divenute degli standard e sono state registrate da molti altri artisti.
Dopo aver inciso Kind of Blue, Evans esce dal gruppo di Miles Davis e inizia la propria carriera con i musicisti Scott LaFaro e Paul Motian, a capo di un nuovo trio, tra i più noti nella storia del jazz. Nel 1961, dieci giorni dopo aver registrato Sunday at the Village Vanguard e Waltz for Debby, LaFaro muore in un incidente stradale. La morte del contrabbassista pesa molto a livello psicologico e Bill entra gradualmente nel giro della droga per tentare di alleviarne le sofferenze. Isolatosi per circa sei mesi, rientra sulla scena con Chuck Israels, in sostituzione di LaFaro.

Bill Evans con Miles Davis

Nel 1963, registra Conversations with Myself, album dove fa la sua prima comparsa l’overdubbing, ovvero la sovrapposizione delle improvvisazioni o delle tracce. Nel 1966, incontra il bassista Eddie Gomez, con il quale avrebbe lavorato per undici anni. Molti degli album registrati hanno grande successo; tra di essi Bill Evans at the Montreux Jazz Festival, Alone e The Bill Evans Album.
Evans ha un carattere fragile e negli anni a venire aumenta le sue dosi di droga nell’illusione di riuscire a superare i momenti difficili. La sua fidanzata Ellaine Schultz, nel 1973, e suo fratello Harry, nel 1979, si suicidano; le tragedie portano Bill dapprima a usare eroina e negli ultimi mesi di vita anche cocaina. Il consumo di stupefacenti ha conseguenze sulla sua stabilità finanziaria, sui rapporti e sulla creatività musicale, fino a portarlo alla morte nel 1980.


Il periodo che ricordava con più felicità era quello trascorso a New Orleans: «E’ stato il migliore - diceva nell’intervista sopracitata - perchè avevo appena compiuto 17 anni ed ero da solo per la prima volta. E’ un’età in cui tutto desta grande impressione e la Louisiana mi impressionò notevolmente. Forse è lo stile di vita della gente. Il tempo e il passo sono lenti. Mi sono sempre sentito rilassato, in pace. Nessuno mai ti spingeva a fare questo o a dire quell’altro. C’era una sorta di libertà diversa da qualsiasi cosa al Nord. Il rapporto tra nero e bianco era amichevole, intimo. Non c’era ipocrisia e questo, per me, è importante. Lo dissi a Miles (Davis) quando suonavo con lui e gli chiesi se capiva ciò che intendevo. Disse di sì». Il suo testamento può essere riassunto in questo pensiero: «Ciò che importa non è lo stile in sè ma il modo in cui lo sviluppi e quanto bene puoi suonare entro i suoi confini». 






  Ultimo aggiornamento: 17 Settembre, 15:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA