Andrea Bocelli, ecco il nuovo album “Believe”: «Io il musicista dei record? Ma se prima di cantare tremo»

Andrea Bocelli
di Simona Antonucci
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Domenica 15 Novembre 2020, 13:31

Un brano inedito di Morricone, un’Ave Maria nuova, duetti con Alison Krauss e Cecilia Bartoli, melodie di Mozart e Gino Pacifico, canzoni intimiste e contemplative legate alla sua terra, la Toscana, e tenute insieme dalla fede: si chiama “Believe” il nuovo album di Andrea Bocelli appena pubblicato su etichetta Sugar, coprodotto da Mercurio e Bendall. Una ricerca spirituale articolata in diciassette brani usciti in tutto il mondo il giorno 13 novembre. Sicuramente non è un uomo superstizioso: «Nulla è più lontano dal mio pensiero. Sono d’accordo con Voltaire: la superstizione sta alla religione come l’astrologia sta all’astronomia», spiega il tenore da 90 milioni di dischi, 62 anni, icona globale della musica e testimonianza della più alta tradizione vocale italiana che il prossimo 12 dicembre terrà un concerto in diretta streaming dal Teatro Regio di Parma, con la direzione creativa di Franco Dragone, noto per il suo lavoro con il Cirque Du Soleil.

“Believe”: lei in che cosa crede?

«Credo in Dio che ha generato la vita, nell’amore che ne è il motore. Nella speranza di tornare a vivere in un modo normale. Credo nella mia voce in quanto talento che mi è stato dato “in comodato d’uso”».

Ha mai avuto dubbi? 

«La fede è una scommessa, una sfida che vale la pena d’essere giocata. Come dice Pascal: se vincete, vincete tutto, se perdete, non perdete nulla».

In quale modo la musica crea un ponte con la fede?

«Toccando le nostre corde spirituali, ci aiuta ad ascoltare la voce della coscienza».

L’album contiene una traccia inedita di Ennio Morricone, “Inno sussurrato”, con il testo di Gino Pacifico: che cosa ammira del compositore scomparso? 

«Ammiro quel magico, illuminato compromesso tra arte pura e arte applicata che Morricone ha frequentato nella sua lunga vita, mettendo al servizio del cinema una straordinaria sensibilità di melodista. Il suo “Inno sussurrato”, scritto poche settimane prima della sua scomparsa, è una preghiera che parte sussurrata, appunto, per poi crescere fino ad abbracciare il mondo».

Con “Ave Maria” lei si propone come compositore: succederà ancora?

«Non mi considero un compositore, sono però un musicista e capita che dentro di me affiori l’idea di una nuova linea melodica. In questo caso, è proprio sgorgata dall’anima, pressoché già strutturata anche a livello armonico». “Mira il tuo popolo” è un brano legato ai ricordi d’infanzia: che ragazzo era? «Sono stato un bambino felice, irrequieto e curioso».

Ed Sheeran ed Ellie Goulding e ora Alison Krauss (27 Grammy Awards) e Cecilia Bartoli (Grammy Award e 10 milioni di dischi venduti): lei ha cantato con i più grandi del pop e della classica. Come sceglie i suoi partner? 

«Dipende, ogni duetto ha la sua storia. Spesso è la casa discografica a proporre una collaborazione, oppure, come nel caso di Ed Sheeran, è il collega stesso che mi contatta. In “Believe” festeggio la presenza di due grandi donne: Cecilia Bartoli è un’amica, oltre ad essere il più grande mezzosoprano oggi in attività nel mondo. Molti anni fa avevamo già impostato una collaborazione che oggi finalmente va in porto. Quanto ad Alison Krauss, è una delle voci iconiche d’America: mi sento onorato di aver potuto duettare con lei, proprio in “Amazing Grace”».

Ha mai pensato anche a un rapper?

«Mai dire mai: cerco sempre di non precludere aprioristicamente alcunché. Però quelli che ha citato sono generi che non sono esattamente nelle mie corde.».

Il duetto con suo figlio “Fall on me” presentato a Sanremo è diventato virale: ne arriveranno altri? 

«È stata un’esperienza in un certo senso inattesa e bellissima. Però è giusto che Matteo cammini con le proprie gambe. Sta preparando il suo primo disco, con una importante casa discografica internazionale».

Sanremo: le piacerebbe tornarci?

«Devo molto a quella ribalta. La mia carriera è partita da lì. Persino il ricordo della mia prima paternità è legato a Sanremo (essendo mio figlio Amos nato la notte prima della finale, nel ’95). Non è previsto a breve, però, perché no? Non lo escludo. Cantare a Sanremo ha sempre il buon sapore del fare musica in famiglia, tra persone amiche.».

“Arie Sacre” ha venduto 5 milioni di copie in tutto il mondo ed è ancora il disco di classica di un solista più venduto di tutti i tempi. “Sì”, l’ultimo album di inediti ha raggiunto contemporaneamente il numero 1 nelle classifiche degli Stati Uniti e del Regno Unito. Che cosa si prova a dover ogni volta provare a superare se stessi e certe cifre da capogiro?

«Non ho mai troppo badato ai numeri e alle classifiche. Ho ben chiaro che il successo possa arridermi oggi e abbandonarmi domani. Sarà per questo che prima di un concerto, ancora oggi mi tremano un po’ le vene ai polsi».

Durante il lockdown dello scorso marzo la musica è stata il linguaggio della solidarietà. Perché secondo lei questa volta è diverso? 

«Non saprei. Certo è che la solidarietà prevede sostegno reciproco, coesione, mutua assistenza. Lo slancio primaverile può essersi intiepidito a fronte della scarsa considerazione tributata alla categoria, dalle istituzioni».

Sembra esserci più rabbia e meno speranza?

«E questo è un vero peccato. La rabbia difficilmente porta a qualcosa di buono. Mentre la speranza silenzia la paura e nutre il terreno su cui far germogliare buone notizie».

Dopo aver raccolto fondi per la ricerca sul Covid è stato travolto da polemiche sul negazionismo.

«Porto con me la certezza di non corrispondere ad alcun negazionismo e la serenità della bontà delle mie intenzioni, orientate a dare un messaggio di fiducia e di ottimismo ad un Paese fortemente turbato, segnato moralmente ed economicamente. Ma porto anche il dispiacere di essere stato frainteso (in ragione di una mia esposizione frettolosa e incompleta) e il rammarico di avere seppure involontariamente ferito la sensibilità di alcuni, motivo per cui mi sono sentito in dovere di chiedere scusa».

Il pubblico è chiuso fuori dalle sale: lo streaming è ormai parte dello showbiz. Le piace? 

«Di necessità, virtù: lo streaming può essere una alternativa, perfino interessante, ma la magia di una sala gremita non è paragonabile».

Lei ha venduto 90 milioni di dischi: perché la musica classica viene invece recepita come d’élite?

«La percezione che sia un’arte di fruizione elitaria è falsa e – almeno per quanto concerne la lirica – antistorica. Chiede generalmente più impegno, questo sì, rispetto all’ascolto di una canzone, ma può restituire immensamente di più, a livello di arricchimento interiore. In un quarto di secolo di carriera, ho provato a dare il mio contributo, proprio per rivitalizzare un mondo che rischiava di dimenticare la sua vocazione popolare».

  Il concerto per il Giubileo con Giovanni Paolo II, la scorsa Pasqua da solo al Duomo: come sarà il suo Natale? 

«In famiglia. Sarà un momento importante, per pregare, per porci in ascolto, per festeggiare il compleanno del mondo, il miracolo della vita. Sarà un’occasione di rinsaldare la fiducia e ricordarsi che dopo ogni notte, anche la più buia, sorge sempre il sole». Simona Antonucci

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